Andrea, da soldato a becchino: «Ho bruciato 900 bare, la vita non profuma più»

Giovanna Salvati,  

Andrea, da soldato a becchino: «Ho bruciato 900 bare, la vita non profuma più»

Cadaveri ancora caldi. Adagiati all’interno di bare d’argento perchè non sono morti normali, sono morti contagiati dal Covid-19. «Imbustati come prevede il protocollo della Prefettura», dice Andrea, sottolineando quel termine brutale e freddo che non si può sopportare. Ha gli occhi lucidi e stanchi, sul volto i segni marcati della mascherina sono diventi ferite come quelli sul viso dei medici. Bruciano, ma c’è tempo per pro- vare dolore o lamentarsi. Ha un altro carico di bare da trasportare in chiesa per la benedizione, lì «c’è don Marcello che ci aspetta». Poi dritto al forno crematorio e al camposanto. «Ci dicono di volta in volta cosa fare, le indicazioni le prendiamo di ora in ora». Gli occhiali coprono il resto del viso e la tuta bianca è diventata la sua seconda pelle di Andrea e dei suoi colleghi. E’ un ragazzo come gli altri, scaraventato nella trincea lombarda per combattere nell’inferno della pandemia. Ha finito la scuola di formazione e dopo nemmeno una settimana è stato spedito a Bergamo. «C’era bisogno di personale, non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci, sono qui dal 9 marzo e da allora convivo con la morte». Qui Andrea ha dovuto mettere da parte i gradi e l’addestramento come hanno fatto i suoi amici di corso. Dice: «abbiamo ricevuto un solo ordine: svuotare gli ospedali e riempire i cimiteri. L’unico gesto di compassione per le vittime è quella tappa in chiesa». Accade sempre allo stesso modo. «Caricati le casse sui nostri furgoni e iniziamo un viaggio orribile e silenzioso, noi siamo quelli che guidano i mezzi militari che avete visto in Tv, uno dietro l’altro. E’ atroce». Nelle camere mortuarie degli ospedali, racconta Andrea, «ho visto bare ammassate, una sopra l’altra, i nomi dei morti scritti sui post-it, uno spettacolo straziante». Andrea fa parte del terzo reggimento Aves di Orio al Serio, una squadra di militari, uomini e donne, che si sta occupando della gestione dell’emergenza. Lavora a Seriate, e la sua storia è uguale a quella di altri giovani che arrivano da tutta Italia, molti sono campani e siciliani. Tutti sotto ufficiali, addestrati per sta- re in prima linea: la paura non fa parte del loro Dna, ma ora, dopo circa due mesi di emergenza iniziano a crollare. Il peso delle emozioni che hanno dovuto vivere inizia a riemergere e trovare la forza sta diventando, ogni giorno, sempre più difficile. «Siamo stati addestrati per disinnescare bombe, per sparare, per mettere in condizioni gli aerei di volare dall’aeroporto di Orio al Serio in tutta Italia, non per fare i becchini – racconta – non per scolare i liquidi dei cadaveri ma ora è questo quello che sto facendo: per me è un onore servire la patria, ma è doloroso, è un inferno». Sotto la tuta bianca ci sono uomini, volti e storie di chi non è immune al contagio ma che non molla. Lontani da casa, nel cuore dell’inferno a contare morti che non hanno nemmeno più un nome come racconta Andrea: «Trasporto bare e lo faccio al po- sto del becchino, quando arrivo al cimitero con un carico di morti tutti fuggono: scarichiamo noi le bare perchè gli operatori delle agenzie funebri hanno paura del contagio. Le carichiamo fin dentro al forno crematorio, poi si passa alla sanificazione dei locali dopo ogni benedizione». Impossibile contare le vittime. «Ad occhio e croce abbiamo trasportato 900 morti, ho dovuto imbustare bare perché i parroci ci chiedevano di farlo perché i liquidi continuavano a fuoriuscire. Non so più che profumo hanno le cose, sento solo l’odore dei disinfettanti e della morte. Non so nemmeno che volto hanno le vittime ma sapere che dentro le casse ci sono vite vissute e storie di chi ha provato a combattere questo maledetto virus è straziante». Andrea è allo stremo. Dice: «non vedo mia madre da un mese, riesco a sentirla solo la sera, quando termino la giornata e se non crollo. La mattina è dura alzarsi e trovare lo stimolo per andare a raccogliere morti, ma lo facciamo perché sappiamo che siamo l’unico mezzo per dare una giusta sepoltura e garantire la benedizione ai feretri». Andrea è riuscito a trovare un solo segno di speranza: «Nel cimitero c’è la tomba di una bambina, sulla lapide c’è scritto: “Ogni volta che passi qui davanti a me sorridi, perché così sorriderò anch’io”, aveva tre anni, è lei che mi da la forza di continuare a servire l’Italia, ma lo ammetto, ho paura anche io».

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