Vincenzo Lamberti

La verità di Belviso: «Sergio Mosca ordinò l’omicidio Tommasino»

Vincenzo Lamberti,  

La verità di Belviso: «Sergio Mosca ordinò l’omicidio Tommasino»

Poche righe di un verbale di deposizione.Sono quelle in cui Salvatore Belviso, ex reggente del clan D’Alessandro, ed ora pentito,afferma senza mezzi termini:“Fu Sergio Mosca a dare l’ordine di uccidere Gino Tommasino”. E lo fa nello stesso verbale in cui indica il clan D’Alessandro come un “mostro a tre teste”: “Sergio Mosca, Enzo D’Alessandro e Paoluccio Carolei pur essendo parte di un solo clan erano tre cose diverse. Ad esempio – spiega Belviso – se un imprenditore era di Sergio Mosca gli altri non lo potevano toccare”. Torna alla ribalta, anche nell’ordinanza che in questi giorni ha spedito in cella 14 presunti affiliati alla cosca di Scanzano, uno dei misteri irrisolti di Castellammare.

Un delitto, quello del consigliere comunale del Pd, avvenuto il 3 febbraio del 2009 di cui si sa tutto in relazione alla dinamica e al ruolo del commando. Ma di cui da undici anni si ignora il mandante. Nei mesi successivi al massacro (Tommasino venne ucciso senza pietà nonostante in auto, una Lancia Musa, vi fosse suo figlio Raffaele di soli 9 anni che miracolosamente scampò all’agguato) fu indagato per quel delitto anche Enzo D’Alessandro, rampollo di Scanzano che però non è mai entrato nel processo. Un mistero nei misteri: la decisione di trucidare un consigliere comunale in pieno centro, la capacità di sopportare la reazione dello Stato che mise a ferro e fuoco la roccaforte della cosca, per un motivo anche ancora oggi non è verità giudiziaria.

Furono anche i familiari della vittima, la vedova Libera Vingianie i fratelli di Gino a condurre delle indagini private. Mesi di chiacchierate registrate con tutti quelli che avevano avuto a che fare con Gino, con la politica, gli affari e la sua attività commerciale.Verità anche scomode che la famiglia mise sul piatto d’argento alla Dda affinché facesse luce su un delitto che, qualche mese dopo, portò all’arrivo della commissione d’accesso (risoltasi con un nulla di fatto) nel Comune guidato all’epoca da SalvatoreVozza. Belviso, dunque, il reggente che fu messo a capo dal 2006 del gruppo di fuoco dei D’Alessandro, fa il nome di Sergio Mosca. Un colonnello della cosca di Scanzano, consuocero di Pasquale D’Alessandro e, a detta dello stesso Belviso, un pezzo da 90 della camorra stabiese.

Perché, però, Mosca diede quell’ordine Belviso, almeno perora non lo dice. E non lo hai mai chiarito sia nei suoi verbali sia nelle udienze del processo che, alla fine ha visto condannati solo i 4 componenti del commando. Quasi, come se la decisione fosse stata presa solo da loro o, forse, da uno solo dei sicari. Che Gino Tommasino avesse incontrato Sergio Mosca qualche giorno prima di morire venne fuori durante il processo di primo grado. Fu la vedova, ascoltata in aula, a rivelare che il venerdì prima di essere assassinato (Gino venne ucciso di martedì) Mosca era andato nel negozio a parlare con Gino. La donna ricordò di aver visto il volto di suo marito diventare terreo. “Era bianco quando Mosca uscì dal negozio di corso Vittorio Emanuele”. Cosa disse Sergio Mosca a Tommasino per spaventarlo in quel modo? In ballo in quei giorni c’era anche la famosa tangente di 30mila euro che un’imprenditrice, amica di Tommasino, versò al clan perla mediazione su una parcella di un professionista ritenuta troppo esosa. Grazie a Sergio Mosca quella parcella fu dimezzata e il clan ottenne un “regalo”di 30mila euro.

Guarda caso la cifra che venne fuori da qualche intercettazione e di cui il capo della Mobile, Vittorio Pisani, parlò in conferenza stampa senza specificare di cosa si trattasse. A chi finirono quei soldi? Forse, Mosca che era stato l’artefice di quella mediazione, non ebbe la somma che pretendeva? E, allora, perché chiese di parlare con Tommasino? Sono misteri che in undici anni di indagine non sono stai mai chiariti.

Ciò che è ancora più strano è che da quel momento e per i restanti 4 giorni, Tommasino divenne un “morto che cammina”. I componenti del commando iniziarono a pedinarlo. Lo seguirono per almeno due giorni segnando orari e spostamenti. In un verbale Polito racconta come Gino Tommasino dovesse essere ucciso la mattina di quel martedì. Ma, la fortuna volle che da una scuola vicina uscirono tutti gli studenti e l’omicidio diventò pericoloso. Ma Belviso, sempre secondo quanto raccontano i pentiti, decise che doveva essere ucciso quel pomeriggio.

Perché così in fretta? Che cosa Gino Tommasino non doveva rivelare al costruttore (ritenuto legato ai D’Alessandro) che doveva incontrare proprio quel martedì pomeriggio a Vico Equense dopo aver accompagnato il figlio Raffaele a un provino? Doveva chiarire qualcosa? Doveva parlare di quei 30mila euro che forse qualcuno aveva preso per se e di certo non era stato Tommasino? Sta di fatto che, nonostante fosse in auto col figlio, Belviso diede l’ordine di sparare. A costo di farne due di morti . Ma, Gino doveva morire quel pomeriggio. Dubbi e dettagli su cui, a distanza di anni, forse si dovrebbe ancora indagare.