Castellammare, una talpa del clan in Comune: soffiate ai boss per le estorsioni

Tiziano Valle,  

Castellammare, una talpa del clan in Comune: soffiate ai boss per le estorsioni

Castellammare. Non c’è inchiesta sui clan di Castellammare di Stabia in cui non si faccia riferimento ai rapporti tra la malavita e funzionari del Comune. Sempre, in ogni ordinanza di custodia cautelare, c’è qualche intercettazione tra gli indagati e i tecnici di palazzo Farnese oppure un pentito che racconta della commistione tra la pubblica amministrazione e personaggi delle cosche. Forse è anche questo il segreto di clan che riescono a superare arresti, a riorganizzarsi e a trovare sempre il modo di andare avanti. A Castellammare le cosche trovano terreno fertile ovunque, dalla pubblica amministrazione all’imprenditoria, fino alla politica, per continuare a portare avanti i loro affari.

Il pentito

Negli atti dell’ultima inchiesta sul clan D’Alessandro, che mercoledì scorso ha portato all’arresto di 26 persone, è un verbale del pentito Giovanni Brano ad accendere i fari sulle commistioni tra camorra e Comune. Brano è un «pesce piccolo» che racconta dell’Antimafia di aver avuto problemi di tossicodipendenza in passato, ma anche di avere avuto un ruolo nella riorganizzazione dei clan, a partire dal 2011 quando – a seguito degli arresti per l’omicidio del consigliere Gino Tommasino e quelli relativi alla faida tra i D’Alessandro e gli Omobono-Scarpa – le cosche si trovarono a corto di uomini. Il nome di Brano è comparso sulle pagine di un’inchiesta a seguito della rapina alla gioielleria Cimmino di via Annunziatella nel 2017. Fu lui il basista di quel colpo messo a segno da un gruppo di rapinatori di Giugliano. Per quella rapina ha incassato una condanna a 5 anni e 3 mesi di reclusione, ma sulla sentenza ha pesato la sua scelta di cominciare a collaborare con la giustizia. Fu lui stesso, nell’ultima udienza di quel processo, ad annunciare in aula di essere stanco di quella vita fatta di droga, armi e malaffare. Alla soglia dei 50 anni annunciò di voler passare dalla parte della giustizia.

I pizzini

Brano ha raccontato di aver cominciato a lavorare per conto di Giovanni Savarese, alias Cicchiello, ras di Santa Caterina – quartiere controllato dal clan D’Alessandro, secondo l’Antimafia – nel 2011. Savarese non è indagato nell’ambito dell’ultima inchiesta, ma recentemente è finito in carcere per una vecchia condanna a 16 anni. Il pentito in particolare rivela alcuni episodi di estorsioni messi a segno in quel periodo, tra il 2011 e il 2012, finora sconosciuti. Brano racconta che Savarese aveva un contatto all’interno del Comune che gli garantiva “pizzini” con i nomi delle ditte, i contatti degli imprenditori e l’importo degli appalti aggiudicati spesso prim’ancora che cominciassero le opere. Almeno tre gli episodi di estorsione ricostruiti che sarebbero andati a segno con questo modus operandi. Il primo riguarderebbe la pista di pattinaggio montata in villa comunale a Castellammare di Stabia per il Natale 2011. Secondo il pentito il clan ci avrebbe guadagnato 5mila euro pagati in due tranche “tremila come acconto” e altri “duemila consegnati nel corso di un incontro in via De Gasperi”. Gli altri due episodi invece riguardano i lavori di piazza Cristoforo Colombo e la Casa del Fascio, entrambi finanziati con i fondi europei. Per quest’ultimo appalto addirittura il clan – stando alle rivelazioni del pentito – riuscì a contattare la ditta prim’ancora che venisse aperto il cantiere. E questo proprio grazie a quei pizzini che qualcuno faceva uscire dal Comune consegnava nelle mani dei camorristi.

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