«Ridevano prima di stuprarmi», il pianto di Alisa chiede giustizia. Caccia al branco di Poggiomarino

Giovanna Salvati,  

«Ridevano prima di stuprarmi», il pianto di Alisa chiede giustizia. Caccia al branco di Poggiomarino

Poggiomarino. Piange Alisa. Piange senza fermarsi nemmeno un istante. E’ la notte più brutta della sua vita. E’ scampata allo stupro. E’ scampata alle mani luride del branco che volevano abusare di lei ma nella sua mente impossibile cancellare gli occhi delle belve che sono ancora impressi nella sua mente. Sente lo sguardo scivolare ancora sul suo corpo, il respiro di chi le ansimava insultandola mentre le strappavano i vestiti da dosso. Ricorda ogni maledetto millesimo di secondo della violenza e anche la rabbia che le esplodeva nell’anima. Quella rabbia di dolore, la stessa che però le ha consentito di ribellarsi, con coraggio, forza e sangue freddo e scappare via. Ora è al sicuro, lontano dall’inferno di Poggiomarino.

Lontano dalle campagne dove era stata portata nella notte tra sabato e domenica da tre ragazzi, ai quali se ne sono aggiunti anche altri. Hanno conosciuto Alisa (nome di fantasia) a Napoli. Lei era con delle amiche. Hanno provato a catturare la sua attenzione, le avances con complimenti invadenti che le hanno fatto male. Complimenti che hanno sporcato la sua dolcezza, offeso la sua bellezza. Volgarità per menti malate che invece volevano solo abusare di lei. Ha provato a sfuggire ma invano. L’hanno caricata in macchina e portata dritto a Poggiomarino in un fondo agricolo dove volevano abusare di lei. L’hanno bloccata, le hanno tappato la bocca e fasciato le braccia. Poi la reazione, la forza di Alisa che è riuscita a scappare e chiedere aiuto. Un racconto che ha fatto rabbrividire le forze dell’ordine che l’hanno ascoltata. L’inchiesta, affidata ai carabinieri della compagnia di Torre Annunziata e della stazione di Poggiomarino, è coordinata dalla procura di Torre Annunziata, dal pm Marianna Ricci, e punta a fare chiarezza su una vicenda che ha lasciato la città di Poggiomarino sconvolta.

Alisa non è una ragazzina: ha trent’anni e aveva fiutato il pericolo. «Non volevo salire nella loro auto, mi hanno minacciato, bloccato» e poi giù, le lacrime che le solcano il viso. Ogni parola diventa un pugno nello stomaco «volevano che io stessi buona, il primo si è abbassato i pantaloni» racconta in lacrime ai carabinieri «gli altri guardavano, ridevano, mi mantenevano». Provare a ricostruire quanto accaduto diventa impossibile perché Alisa è sconvolta. Trema e piange. Un uomo in divisa prova a rassicurarla, prova a convincerla che quelle belve sono ancora libere e potrebbero scegliere un’altra vittima, rifarlo ancora ecco perché deve raccontare tutto e in fretta. Alisa prova a sforzarsi: ogni piccolo dettaglio può diventare importante. C’è l’identikit del branco ancora da ricostruire: per ora si cercano tre ragazzi, di età tra i 25 e i 30 anni.

Alisa non sa nemmeno di dove siano, potrebbero nascondersi nella stessa cittadina vesuviana o a Napoli, nell’hinterland o essere semplicemente di passaggio a Napoli ed essere già spariti. Una inchiesta difficile perché gli elementi sono ancora pochi. Il buio della notte, un luogo che Alisa non conosce nemmeno, non fanno altro che rallentare le indagini. Per ora si è rinchiusa nella sua abitazione, la paura negli occhi e nemmeno la forza di tornare alla sua vita. E’ un hostess, era una ragazza piena di vita, di gioia, bella e solare: i suoi occhi ora sono tristi, vive nel terrore e tornare alla sua normalità sarà difficile, almeno fino a quando le belve non saranno dietro le sbarre. Lontano e al sicuro per non farle più nulla.