Ciro Formisano

Il racket sui funerali Affare da 150mila euro

Ciro Formisano,  

Il racket sui funerali  Affare da 150mila euro

Rifiuti, appalti, lavori pubblici. Ma anche piccoli commercianti, grandi attività, ormeggiatori del porto e persino una tassa su ogni funerale.

L’affare racket era la principale fonte di guadagno per la camorra di Torre del Greco. Un business che per il solo clan Di Gioia valeva qualcosa come più di mezzo milione di euro ogni anno. Mezzo milione di soldi sporchi da consegnare nelle mani di affiliati e faccendieri. Soldi da reinvestire in attività pulite ma anche nel redditizio affare legato alla compra-vendita di sostanze stupefacenti.

Ad aprire i libri contabili della cosca rasa al suolo da arresti e condanne è uno dei principali collaboratori di giustizia legati all’organizzazione fondata dal boss Gaetano ‘o tappo, il padrino ucciso in un agguato orchestrato dagli scissionisti del rione Sangennariello nel 2009. Il suo nome è Filippo Cuomo, nipote del capoclan e braccio destro del rampollo di corso Garibaldi, Isidoro Di Gioia, anche lui nel frattempo diventato collaboratore di giustizia.

Il pentito

In un verbale del 2010 – posto in queste settimane al centro delle motivazioni alla base della condanna di primo grado a carico di boss ed esattori dei clan Di Gioia, Falanga e Papale – il pentito parla proprio degli affari della cosca e della capillare rete per la raccolta delle tangenti imbastita dai vertici della cupola criminale con base nella zona porto di Torre del Greco. Cuomo, davanti ai taccuini dei pm Antimafia, mette in fila i numeri del business delle estorsioni. Dai 50.000 euro da riscuotere ai danni di una grossa struttura commerciale fino ai 5.000 euro al mese che il clan avrebbe dovuto incassare sull’appalto per la gestione della raccolta dei rifiuti: business, quest’ultimo, finito al centro dell’inchiesta culminata nelle condanne di primo grado firmate dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Napoli nei mesi scorsi. E non solo. Sulla lista nera del clan c’erano anche i piccoli commercianti del mercato, come i «pescivendoli dietro la piazzetta » che dovevano «darci una cifra forfettaria», ripete il collaboratore di giustizia nei suoi verbali. E ancora i soldi da riscuotere ai danni «degli ormeggiatori del porto».

I funerali

Ma la principale fonte d’entrata per il clan era un’altra: i funerali. La cosca, infatti, aveva deciso di chiedere la tangente a tutte le ditte impegnate nei servizi funebri in città. Il piano era chiaro: «tutte le ditte funebri facevano un’unica società e ci davano 150.000 euro all’anno», afferma il pentito. Soldi ai quali si sommano i 5.000 euro al mese dei rifiuti (per un totale di 60.000 euro all’anno) e le altre entrate legate alle tangenti riscosse da piccoli e grandi commercianti. Oltre mezzo milione di euro pronto a confluire nelle casse dell’organizzazione criminale. Un affare da capogiro che avrebbe consentito ai ras della cosca di mettere insieme un vero e proprio impero, acquistando immobili e arrivando a gestire numerose attività commerciali nelle quali ripulire i soldi sporchi.

La svolta

Una galassia di introiti illeciti scoperta e disarticolata dalle inchieste che negli ultimi dieci anni hanno colpito quell’organizzazione criminale con interessi anche oltre i confini cittadini. Centinaia di arresti, sequestri e condanne. E anche il pentimento di figure di spicco del clan – come Isidoro Di Gioia e Filippo Cuomo, per un periodo ai vertici della cupola – hanno consentito agli inquirenti di mettere al tappeto la cosca specializzata in estorsioni e traffico di droga. Indagini che hanno soprattutto liberato dalla morsa del pizzo centinaia di imprenditori, costretti a pagare e finanziare le attività illecite del clan nel corso degli anni.