Vincenzo Lamberti

Droga, l’affare del clan «30mila € a settimana»

Vincenzo Lamberti,  

Droga, l’affare del clan «30mila € a settimana»

E’ il pentito che sta svelando tutti i segreti della cosca dei D’Alessandro. Il braccio operativo, l’uomo che contrattava per conto di Scanzano l’acquisto della droga da immettere sui mercati stabiesi. E dalle sue parole, che stanno diventando preziose per gli uomini della Dda di Napoli, si intuisce anche che la capacità di generare ricchezza per il clan D’Alessandro era dettata dal fiuto per gli affari dei suoi uomini. «L’erba la pagavamo ai Di Martino al prezzo di 80 centesimi al grammo e la vendevamo a 2,50-3,00 euro» sono le parole di Pasquale Rapicano, l’ultimo dei pentiti che sta svelando i segreti della cosca. Rapicano spiega anche come funzionava il sistema degli accordi con i signori dei Monti Lattari.

Circa 15 chili per un guadagno di 2 euro al grammo, un affare da 30mila euro a settimana per l’organizzazione criminale. Una parte dei soldi forse serviva per finanziare i nuovi carichi e l’altra per pagare la “settimana” a pusher, vedette e affiliati finiti in carcere. «I vari sequestri delle piantagioni nel corso degli anni hanno reso più difficoltosa la coltivazione. I Di Martino – racconta Rapicano – coltivano l’erba in maniera ridotta destinata a Salerno o Torre Annunziata». E qui la rivelazione di un dettaglio che fa anche comprendere la forte capacità economica di un clan, quello di Scanzano, capace di trattare con più venditori: «Non potevamo vendere l’erba coltivata sui Lattari a Castellammare perché dovevamo vendere a prezzi troppo alti. In forza del patto con Scanzano e coi figli di Leonardo Di Martino, compriamo l’erba da loro» ammette Rapicano.

Ma in quei verbali pieni di omissis sicuramente Rapicano sta raccontando come funzioni il sistema Scanzano. Una roccaforte dove, all’interno del quartier generale di via Partoria, da anni la famiglia dei D’Alessandro gestisce e controlla gli affari illeciti di tutta l’area stabiese. Forte di alleanze attraverso le quali vengono fatti confluire i soldi che sono provento delle attività illecite. Rapicano è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise d’Appello nel novembre 2019 per l’omicidio di Pietro Scelzo, risalente al 2007. Ma prima dell’arresto avvenuto il 13 gennaio scorso – e la decisione di pentirsi e collaborare con la giustizia, si è ritagliato anche un ruolo come capo della piazza di spaccio del rione Capo Rivo, sempre sotto il controllo del clan D’Alessandro.

E’ per questo motivo che l’Antimafia gli ha chiesto di svelare gli accordi relativi al traffico di sostanze stupefacenti che da sempre alimenta le casse della criminalità organizzata. «I Di Martino sono “i compagni nostri”, ma anche che fosse stato per me avrei privilegiato quelli di Lettere, ma sarei andato contro le direttive di Scanzano». Lo stesso Rapicano, in un altro verbale, aveva raccontato del sistema ingegnoso per superare i controlli. I narcos avevano ideato un sistema ingegnoso. «La droga veniva rinchiusa all’interno di borsoni da calcio. L’erba era sigillata sottovuoto sicché un mezzo chilo di droga occupava uno spazio ridotto: in un unico borsone entravano 10-15 chili di marijuana». E lo stesso Rapicano aveva individuato in una persona la mente di queste operazioni.

Antonio Di Martino, l’inafferrabile narcos dei Lattari latitante da quasi due anni, sarebbe il vero regista di questo sistema. Era lui, secondo Rapicano, a far trovare la droga «sui boschi» che veniva poi ritirata dagli emissari di Scanzano come Antonio «Rossetti ‘o guappone » anche lui indagato nell’ambito dell’inchiesta “Domino”.