Ciro Formisano

Omicidio Tommasino, indagati i boss

Ciro Formisano,  

Omicidio Tommasino, indagati i boss

Dopo aver colpito al cuore l’anima imprenditoriale della camorra stabiese, l’Antimafia adesso alza il tiro. E sotto i riflettori dei magistrati che indagano sui misteri della criminalità organizzata finiscono le tante ombre legate agli intrecci tra clan e politica. Ombre che diventano scie di sangue da seguire per riannodare i fili di storie e delitti rimasti senza colpevoli. E in cima a quella lista c’è l’omicidio “manifesto” della ferocia dei clan di Castellammare. L’agguato costato la vita a Gino Tommasino, il consigliere comunale del Partito Democratico ucciso il 3 febbraio del 2009.

Per questa vicenda sono stati condannati, con pene definitive, i componenti di quel commando di fuoco. Ma alla verità giudiziaria mancano ancora due tasselli. I nomi di chi ha armato la mano dei sicari e il movente di quel delitto. Interrogativi da anni al centro di un’inchiesta che per ora vede indagate almeno due persone. Due esponenti di spicco del clan D’Alessandro, la cosca di Scanzano specializzata in estorsioni e riciclaggio di capitali illeciti. Si tratta di Vincenzo D’Alessandro, figlio del padrino defunto Michele, il capo fondatore dell’organizzazione, e di Sergio Mosca, suocero dell’altro figlio di don Michele, Pasquale D’Alessandro. Per ora sono loro i principali indiziati finiti al centro dell’indagine coordinata dal sostituto procuratore Antimafia, Giuseppe Cimmarotta.

Entrambi sono stati tirati in ballo, in questo delitto, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Dichiarazioni riemerse, dopo anni di silenzi, qualche settimana fa, nell’ambito del blitz “Domino”, l’inchiesta che ha fatto luce sui rapporti tra il clan D’Alessandro e gli alleati dei Di Martino-Afeltra. In un verbale allegato agli atti di quel fascicolo il collaboratore di giustizia Salvatore Belviso dichiara che «fu Sergio Mosca a dare l’ordine di uccidere Tommasino ». Il suocero di Pasquale D’Alessandro, tra l’altro, venne tirato in ballo anche nell’agosto del 2016. Nelle motivazioni della sentenza di condanna firmata dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli a carico dei killer di Tommasino (Catello Romano e l’altro pentito Renato Cavaliere) i giudici ribadiscono che l’omicidio dell’ex politico «è certamente da ascriversi ad una decisione maturata nell’ambito del clan D’Alessandro e da individuarsi nella rottura dei rapporti con Sergio Mosca». E non solo, sempre in quelle motivazioni si sottolinea che «l’ok per uccidere Gino Tommasino arrivò direttamente dal boss Enzo D’Alessandro, la cui autorizzazione era necessaria per procedere». Vincenzo D’Alessandro, oggi libero dopo un lungo periodo di detenzione, all’epoca dei fatti era il vero reggente dell’organizzazione. E, come sottolineato da Renato Cavaliere in un altro verbale allegato agli atti delle inchieste che hanno travolto il clan negli ultimi due anni, «lui era il mandante di tutto». In pratica, senza l’ok di D’Alessandro non si sarebbe potuto commettere un delitto del genere.

Elementi già al vaglio degli inquirenti che potrebbero consentire alla Dda di imprimere un’accelerata all’indagine. L’Antimafia, evidentemente, è a caccia di riscontri in merito alle accuse mosse ai due indagati e perché no di prove utili ad accertare eventuali responsabilità di soggetti sinora non lambiti dal sospetto per questo omicidio. Un delitto attorno al quale, come detto, ruotano tanti misteri. Dal famoso incontro tra Tommasino e Mosca – emerso dal processo ai killer – fino alla questione della tangente da 30.000 euro che avrebbe dovuto versare un’imprenditrice ritenuta vicina al politico. Per finire con l’incontro, programmato il giorno del delitto, tra il consigliere comunale e un altro imprenditore ritenuto legato al clan D’Alessandro. Ombre, dubbi, interrogativi ai quali lavorano da undici anni gli uomini dell’Antimafia. Investigatori e pm ai quali è affidato il compito di far luce su una delle pagine più nere della storia di Castellammare di Stabia.