Marittimo della penisola sorrentina morto a Venezia. La famiglia: «Lo hanno ucciso»

Salvatore Dare,  

Marittimo della penisola sorrentina morto a Venezia. La famiglia: «Lo hanno ucciso»

«Non è un suicidio. Le indagini sono state lacunose e c’è omertà. Devono rinviare a giudizio tutti i componenti dell’equipaggio con l’accusa di omicidio». Per la morte del marittimo Giosuè Sorrentino, ufficiale di macchina originario di Sant’Agnello ritrovato cadavere a bordo della nave Bianca Amoretti il 24 aprile 2016 in reda a Venezia, la famiglia non molla. E nonostante la Procura abbia nuovamente richiesto l’archiviazione del caso, oggi si oppone ancora una volta con determinazione. Lo fa sostenuta dagli avvocati Antonio Cirillo e Angela Luigia Ruggiero, che lottano per avere un processo in cui possa essere fatta giustizia nella memoria di un ragazzo che amava il suo lavoro, che – come racconta la madre Giuseppina – «aveva tanta voglia di vivere. Mio figlio non si è ucciso ed ora rappresenta un morto scomodo». Alcuni mesi fa venne già chiesta l’archiviazione, la famiglia però si oppose e il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Venezia Luca Marini concesse un termine di tre mesi ai consulenti tecnici della Procura per replicare alle consulenze medico-legali della famiglia Sorrentino che sostengono l’ipotesi dell’omicidio. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 2016, il ragazzo fu trovato privo di vita nella sala macchine della nave. Il corpo venne rinvenuto nei pressi di una fresa e con una ferita al collo. Secondo le ricostruzioni della Procura di Venezia, Sorrentino decise di togliersi la vita. Eppure, difesa dagli avvocati Cirillo e Ruggiero, la famiglia sostiene concretamente l’ipotesi del delitto. «Si è tentato di far passare Giusuè come per una persona depressa e con problemi esistenziali, cosa che per nulla corrisponde alla realtà» dicono gli avvocati.

La madre ripete: «Mio figlio era una persona piena di vita. Giosuè è stato diffamato. Una vergogna. Hanno provato a farlo passare per un suicida. Prima della sua morte mi ha anche chiesto di fargli una ricarica telefonica. Assurdo. Fa male vedere questo silenzio che circonda la vicenda, nessuno dei marittimi parla. E’ ignobile il trattamento subìto da mio figlio, un ragazzo d’oro e generoso. E’ stata distrutta una famiglia». Gli avvocati sono certi che le conclusioni fatte dalla Procura di Venezia siano distanti da un altro scenario. «Ci opponiamo ancora alla possibilità dell’archiviazione e auspichiamo un’imputazione per tutti coloro che si trovavano a bordo della nave – spiega Cirillo – Dovranno tutti rispondere di omicidio, poi nel corso del dibattimento si vedrà chi eventualmente è stato il mandante, l’esecutore e chi invece dovrà essere accusato di favoreggiamento». Un particolare inquietante, già fatto notare durante l’inchiesta, viene sottolineato dai difensori della famiglia: «Giosuè non fumava, ma dopo il ritrovamento del suo corpo sono state effettuate operazioni di pulizia nella sua cabina con un inquinamento delle prove – dicono gli avvocati – Addirittura sono stati rinvenuti mozziconi di sigarette». Fornisce un ricordo del ragazzo uno dei parenti, Roberto Persico: «Giosuè era un professionista appassionato ed una persona che tutto aveva tranne che intenzioni suicida. Lo ricordo con affetto e si divertiva a fare le imitazioni degli amici».