Tiziano Valle

Castellammare. Omicidio Fontana: «Sentenza di Scanzano»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Omicidio Fontana: «Sentenza di Scanzano»

«Il clan D’Alessandro aveva decretato la morte di Antonio Fontana a seguito dell’uccisione di Antonio Martone e Giuseppe Verdoliva». La frase messa nera su bianco dal gip del Tribunale di Napoli e finita agli atti dell’ultima inchiesta sulla cosca di Scanzano – che lo scorso 3 giugno ha portato all’arresto di 27 persone – fa capire chiaramente qual è la pista che sta seguendo l’Antimafia per risolvere il caso dell’omicidio del ras dell’Acqua della Madonna, quartiere del centro di Castellammare di Stabia. Tra una settimana saranno trascorsi tre anni dal giorno in cui i killer lo seguirono fino al parcheggio all’esterno di una pizzeria di Agerola e gli esplosero contro 9 colpi di pistola. E le indagini – per risalire a killer e mandanti di quel delitto – sembrano aver avuto una netta accelerata. Nell’ordinanza di custodia cautelare a carico degli indagati dell’inchiesta “Domina” si legge che ci sono «altre investigazioni», che confermano che Antonio Fontana «era inviso al clan D’Alessandro». Secondo l’Antimafia tutto risale alla guerra tra la cosca di Scanzano e gli Omobono-Scarpa.

«In tale scenario criminale i Fontana, detti “i fasano”, si schierarono con i secondi, attirando le ire dei D’Alessandro, anche per effetto della scelta dei germani Antonio e Luciano Fontana di collaborare con la giustizia», scrive il giudice. L’Antimafia, di fatto, ha già tra le mani il movente di quell’omicidio e ora può contare anche sulle rivelazioni di Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro ora pentito, che con le sue rivelazioni potrebbe aiutare a fare luce su quel delitto. Rapicano, alias Lino ‘o capone, ha cominciato a collaborare con la giustizia lo scorso gennaio e gli investigatori in questo periodo lo hanno interrogato inevitabilmente anche sull’omicidio di Antonio Fontana con l’obiettivo di trovare riscontri anche rispetto al lavoro già svolto nei momenti successivi a quell’agguato.

In tal senso, le indagini relative all’inchiesta “Domino” – che ha svelato i protagonisti del traffico di sostanze stupefacenti – sono partite proprio a seguito di quel delitto dell’8 luglio 2017. Il primo per cui l’Antimafia chiese l’autorizzazione per le intercettazioni – stando a quanto risulta dagli atti – fu Carmine Barba, affiliato al clan D’Alessandro che gestiva una piazza di spaccio nella zona di Privati. Proprio nell’area collinare di Castellammare di Stabia, qualche giorno prima dell’omicidio di Fontana, si registrò il furto delle targhe da una Fiat Panda che poi furono montate sulla vettura utilizzata dai killer che seguirono la vittima fino ad Agerola prima di ucciderlo. Un passaggio importante dell’organizzazione di quel delitto, tant’è vero che appena poche ore dopo l’omicidio gli investigatori bussarono alla porta di un giornalista residente nella zona collinare di Castellammare di Stabia, al quale i malviventi avevano rubato le targhe. Le forze dell’ordine acquisirono anche i frame delle telecamere di videosorveglianza dell’area con l’obiettivo di risalire ai responsabili di quel furto, per verificare i possibili collegamenti con quell’omicidio.

Un delitto che sembra assumere sempre più le sembianze di una sentenza di morte eseguita per punizione. Una sensazione che recentemente è stata ribadita anche da Luciano Fontana, fratello di Antonio, che nel corso di una testimonianza in aula accusò il clan D’Alessandro per quell’omicidio.