Clan e appalti a Torre del Greco, il nipote del boss Falanga: «Vaccaro vero sindaco della città»

Redazione,  

Clan e appalti a Torre del Greco, il nipote del boss Falanga: «Vaccaro vero sindaco della città»
Marco Palomba il giorno dell'arresto

Torre del Greco. «Ciro Vaccaro aveva le mani ovunque, dietro ogni gara d’appalto c’era lui. Era il vero sindaco di Torre del Greco». La voce di Marco Palomba – alias ‘o chiatto, nipote del super-boss Giuseppe Falanga noto come ‘o struscio – riecheggia forte all’interno dell’aula del tribunale di Torre Annunziata intitolata a Giancarlo Siani. Il pentito-lampo della camorra all’ombra del Vesuvio – passato dalla parte dello Stato già a pochi minuti dall’arresto avvenuto a metà giugno del 2013 – disegna uno spaccato raccapricciante dei rapporti stretti tra le organizzazioni camorristiche del territorio e i colletti bianchi del Comune, puntando il dito contro l’insospettabile imprenditore a capo di una ditta di pulizie: «Era in vero sindaco di Torre del Greco», la risposta alle «sollecitazioni» del pubblico ministero.

I 2 collaboratori di giustizia

Insieme a Marco Palomba è stata ascoltata – durante l’ennesima udienza-fiume del processo a carico del 55enne di largo Costantinipoli, l’unico a scegliere di essere giudicato con il rito ordinario – Maria Lucia Gravino, moglie del padrino Gaetano Di Gioia, massacrato in un agguato di camorra il 31 maggio del 2009. Il «contributo» della donna – collaboratrice di giustizia come il figlio – si è limitato a poche battute: «Una volta Ciro Vaccaro mi portò 300 euro per mio figlio. Non ricordo ulteriori episodi», l’estrema sintesi della deposizione in aula. Decisamente ricco di spunti, invece, l’interrogatorio di Marco Palomba. Il nipote del super-boss di corso Garibaldi si occupava del business droga, ma era diventato un punto di riferimento della cosca. Durante l’esame, tuttavia, non sono mancate le «contestazioni» al racconto – infarcito di non ricordo – del collaboratore di giustizia. Contestazioni avanzate sia dalla difesa di Ciro Vaccaro – rappresentata dall’avvocato Antonio De Martino – sia dallo stesso pubblico ministero. In particolare, sotto i riflettori di accusa e difesa è finita la questione dell’estorsione alla ditta dei rifiuti Ego-Eco e all’ex pescheria trasformata in comando della polizia municipale: due vicende di cui il collaboratore di giustizia inizialmente non aveva informato la direzione distrettuale antimafia di Napoli. Salvo poi tirare fuori dal cassetto della memoria le informazioni raccolte – a suo dire – da diversi esponenti di spicco degli amici di giù a mare. Ovvero, Domenico Gaudino – alias Mimì ‘a uallarella, a lungo reggente della cosca – e Maurizio Garofalo, il King of Narcos a capo di una holding dello spaccio a gestione familiare di cui faceva parte Giuseppe Pellegrino, cognato di Ciro Vaccaro e oggi collaboratore di giustizia. Proprio Maurizio Garofalo – giudicato con rito abbreviato nell’ambito della stessa inchiesta – potrebbe ora essere chiamato a testimoniare per i riscontri del caso.

La prossima udienza

Al termine di quattro ore di dibattimento, il processo è stato aggiornato a metà luglio. Quando in aula comparirà – verosimilmente collegato in videocoferenza – uno dei perni intorno a cui ruota l’inchiesta della Dda di Napoli, Isidoro Di Gioia. L’erede del padrino noto come ‘o tappo sarà chiamato a ricostruire l’eventuale ruolo di Ciro Vaccaro e gli «affari» gestiti insieme all’insospettabile imprenditore. Atteso, sempre la prossima settimana, da un importante appuntamento davanti al tribunale del Riesame di Napoli per provare a cancellare il sequestro di beni deciso dalla magistratura. ©riproduzione riservata