Marittimo della penisola sorrentina morto a Venezia. Il giallo della cabina ripulita

Salvatore Dare,  

Marittimo della penisola sorrentina morto a Venezia. Il giallo della cabina ripulita

Chiedono a voce alta che sia fatta giustizia. Perché, stando alle loro ricostruzioni, Giosuè Sorrentino – l’ufficiale di macchina originario di Sant’Agnello ritrovato cadavere a bordo della nave Bianca Amoretti il 24 aprile 2016 in rada a Venezia – è stato vittima di omicidio. Ecco perché ora viene ufficialmente depositata da parte degli avvocati Antonio Cirillo e Angela Luigia Ruggiero – legali della famiglia della vittima – la nuova opposizione all’archiviazione. Secondo i difensori della famiglia Sorrentino, tra le varie contraddizioni emerse durante le indagini della Procura di Venezia pesa il “mistero” della scatola nera. Ovvero: nelle comunicazioni ufficiali fatte prima e dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Giosuè esistono tante ombre. «Si tratta di un particolare che evidenzia che qualcuno non dice la verità» afferma l’avvocato Cirillo. Nel dettaglio, stando all’ampio lavoro difensivo fatto dai legali della famiglia Sorrentino, si afferma che dalla nave partirono chiamate verso la Capitaneria informando i militari di un suicida a bordo. Contatti precedenti alla chiamata sconvolgente ricevuta dai familiari di Giosuè che vennero informati della morte del ragazzo.

Non solo. Per i difensori, comre precisa l’avvocato Cirillo, il comandante dichiarò «di aver appreso della morte di Sorrentino in un orario successivo ai primi contatti tra la nave e le autorità locali. Una cosa che non sta in piedi». Come già sostenuto nel corso delle indagini preliminari della Procura di Venezia, i difensori della famiglia Sorrentino sostengono che la cabina assegnata al ragazzo sia stata completamente ripulita poco dopo la morte. Chi ripulì la stanza? E perché? Un caso, per gli avvocati, di inquinamento delle prove che ha evidentemente complicato il percorso per giungere finalmente alla verità. La madre di Giosuè, la signora Giuseppina, attende che la magistratura faccia il proprio corso. E’ lacerata nell’animo e auspica una svolta. «Mio figlio non era depresso così come era stato dipinto da qualcuno, né mai aveva avuto intenzione di togliersi la vita. Era un ragazzo gioviale, disponibile, un professionista serio attaccato al lavoro e alla famiglia. E’ assolutamente impensabile che possa aver deciso di uccidersi». Rimane uno dei tanti segnali che inducono a sostenere questa ipotesi: «Appare credibile che un aspirante suicida possa poco prima di togliersi la vita chiedere la cortesia di ricevere una ricarica telefonica?». Uno dei tanti quesiti che animano queste indagini dure, convulse, intricate, è l’assenza di un movente. «Forse mio figlio avrà visto o saputo qualcosa, forse dava fastidio. Non so» dice la madre. Gli avvocati Cirillo e Ruggiero sono certi che le conclusioni fatte dalla Procura di Venezia siano parziali e distanti da un altro scenario. «Noi ci opponiamo ancora alla possibilità dell’archiviazione e auspichiamo un’imputazione coatta per tutti coloro che si trovavano a bordo della nave – spiega Cirillo – Dovranno tutti rispondere di omicidio, poi nel corso del dibattimento si vedrà chi eventualmente è stato il mandante, l’esecutore e chi invece dovrà essere accusato di favoreggiamento». Giosuè era un ragazzo molto conosciuto in penisola sorrentina. Era uno stimato ufficiale di macchina e aveva una grossa esperienza a bordo anche perché pure il padre in passato ha navigato per diversi anni. Purtroppo, a bordo della Bianca Amoretti, il marittimo di Sant’Agnello ha trovato la morte. Una morte misteriosa, violenta. Un omicidio, secondo la famiglia.