Torre Annunziata, l’affare racket dietro l’agguato a Palumbo. E spunta un altro raid

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, l’affare racket dietro l’agguato a Palumbo. E spunta un altro raid

Torre Annunziata. Su corso Vittorio Emanuele III ci sono ancora i segni del piombo. La vernice bianca indica tre cerchi sull’asfalto: il punto preciso dove sono stati ritrovati i proiettili dell’agguato a Salvatore Palumbo, alias Tore o’ maccat. Il vetro posteriore della Citroen bianca e la vetrina del negozio Sport sono stati completamente infranti. L’obiettivo dei sicari è scampato alla morte, ma ha trascorso tutta la notte nel commissariato di polizia. Sotto torchio dagli agenti che hanno provato a tirare fuori elementi per poter ricostruire il movente dell’agguato. Ma dopo 24 ore dal raid la vera preoccupazione degli inquirenti è la modalità usata dai sicari per uccidere un killer dei Gionta. Ancora una volta in pieno giorno, spari da uno scooter in mezzo alla folla e tra la gente che in quel momento si trovava per strada, nelle attività commerciali a ridosso del porticato dove Palumbo si trovava.

Un episodio agghiacciante e che proprio per questo preoccupa le forze dell’ordine che intanto stanno indagando per cercare di ricostruire le tappe di uno scenario che ogni ora vede la città di Torre Annunziata diventare una polveriera. In meno di sessanta giorni tre raid: l’agguato al genero del boss Valentino Gionta,  Giuseppe Carpentieri, la bomba carta contro là concessionaria di via Sant’Antonio e sabato sera l’agguato fallito a Palumbo. Tutti episodi – che secondo quanto emerge dall’attività investigativa – rientrano in una chiara guerra per il controllo del territorio e in particolare per la riscossione del pizzo. Uno scontro tra i vecchi capi storici, molti di questi usciti da poco dal carcere dopo aver scontato lunghe pene, e le nuove leve che continuano a voler comandare.

Spiriti liberi e spietati. Una guerra destinata a lasciare scie di sangue. L’ultimo raid è una chiara dichiarazione di come la tensione sia ormai alle stelle e la preoccupazione dello Stato è nella reazione, nella risposta. Intanto spunta fuori un nuovo elemento: nel portone di ingresso all’abitazione di Palumbo, in via Orofanotrofio ci sono i segni di quattro fori. Intimidazioni fallite e soprattutto mai denunciate. Quattro colpi, che però non hanno perforato il portone di ferro. Palumbo era e resta nel mirino dei suoi avversari: per una guerra per la riscossione del pizzo e la gestione della piazze di spaccio. Un killer che negli anni della faida a Fortapasc era uno dei più temuti e braccio destro del boss di Palazzo Fienga. Poi le manette e infine il tramonto di una dinastia ormai decimata negli uomini, nelle armi,  e negli affari. N

elle prossime ore Palumbo sarà nuovamente ascoltato dagli uomini del commissariato di Torre Annunziata- guidati dal dirigente Claudio De Salvo- mentre si cercano anche immagini della videosorveglianza per mettere insieme una serie di elementi e dettagli utili. Un agguato quest’ultimo che però fa tremare la città: consumatosi sotto gli occhi di tanti ma di chi si è celato dietro un muro di omertà e perché avvenuto durante la celebrazione della cerimonia in ricordo di Luigi Staiano, il commerciante ucciso dalla camorra per aver denunciato i suoi estorsori. ©riproduzione riservata