Piano Napoli di Boscoreale, scacco ai pusher: 50 anni di cella ai re della droga

Salvatore Piro,  

Piano Napoli di Boscoreale, scacco ai pusher: 50 anni di cella ai re della droga

Boscoreale. Supermarket della droga al Piano Napoli, condannati i 14 signori dello spaccio di Boscoreale. Tra questi Umberto, Giovanni e Gennaro Padovani, di 24, 28 e 30 anni, tutti imparentati con il boss Carletto e ritenuti i capi del gruppo di pusher della cocaina che nella piazza di via Passanti Scafati fruttava un business da capogiro. Vicino infatti – secondo gli inquirenti – ai 2400 euro giornalieri: 72mila mensili. Mentre l’annuale giro d’affari, secondo l’accusa, sfiorava la cifra record di 870mila euro. A capo della più grande piazza di spaccio del vesuviano – così come ribadito in aula e dinanzi ai giudici del Tribunale di Torre Annunziata dal pm della Procura oplontina Sonia Nuzzo – c’era Giovanni Padovani. Quest’ultimo, difeso dall’avvocato Gennaro De Gennaro, rischiava un’esemplare condanna fino a 10 anni e 8 mesi di reclusione. Ha incassato invece una più lieve pena a 6 anni e un mese. E’ questa, comunque, la maggiore condanna inflitta due giorni fa, a tarda sera, dai giudici del Tribunale di Corso Umberto I. Le richieste del pm erano state durissime: 90 anni di carcere da distribuire tra i 14 imputati. La sentenza di primo grado – 40 i giorni per il deposito delle motivazioni – ha condannato invece i presunti signori dello spaccio a 57 anni di carcere complessivi. Quattro anni e 10 mesi di reclusione sono stati inflitti nei confronti di Gennaro Riccio; 4 anni e 7 mesi per Giuseppe Borriello; 4 anni e 2 mesi a Luigi Pecoraro (difeso dal legale Stefano Vaiano). Ancora 5 anni e 6 mesi per Salvatore Russo (assistito dall’avvocato Gennaro De Gennaro); 4 anni e 27 giorni a Ivan Ranieri (difeso dagli avvocati Maria Sella e Antonio Iorio); 4 anni e 20 giorni per Gennaro Padovani; 4 anni per Cesare Barbarito; 4 anni e 20 giorni per Giuseppe Buono; 2 anni e 10 mesi per Giuseppe Faraco; 4 anni e 10 giorni a Umberto Padovani; 2 anni e 2 mesi per Gaetano Padovani. Per i due cugini Gennaro Rapuano (stesso nome ma di 25 e di 21 anni) originari dei Quartieri Spagnoli a Napoli, i giudici hanno inflitto condanne dai 2 anni e 2 mesi fino ai 4 anni e 8 mesi di galera. Il conto è presto fatto. I 14 presunti signori del supermarket dello spaccio al Piano Napoli – finiti alla sbarra con l’accusa di concorso in detenzione di stupefacenti a fini di spaccio – hanno incassato circa 57 anni di carcere. Una sentenza più leggera, rispetto alle pesantissime richieste dell’accusa, ma comunque dura. Considerando inoltre che i presunti pusher avevano scelto di difendersi a processo con rito abbreviato, sperando in uno sconto fino a un terzo sulla probabile condanna. La gigantesca holding della droga era stata smantellata dal blitz del 9 luglio 2019 a opera dei carabinieri della compagnia di Torre Annunziata. Lo spaccio – secondo gli investigatori – avveniva prevalentemente nel rione di edilizia popolare Piano Napoli di Boscoreale. Le consegne agli acquirenti erano a domicilio previa richiesta telefonica. I pusher utilizzavano sempre utenze diverse intestate a persone inesistenti. Gli spacciatori si dirigevano poi nell’area vesuviana e nell’agro-nocerino-sarnese, da dove partivano le richieste. Una cinquantina – secondo gli esiti dell’inchiesta coordinata dall’ex pm antimafia Pierpaolo Filippelli – erano i clienti fissi che venivano contattati direttamente dai pusher dopo il cambio di numero telefonico. Un cambio di utenza che avveniva una volta alla settimana. I Padovani – secondo l’accusa – vendevano “quasi esclusivamente cocaina, sempre con le stesse modalità, a prezzo di 20 euro a dose”. I pusher utilizzavano un linguaggio in codice per definire la quantità e la qualità della sostanza stupefacente che doveva essere ceduta. “Vieni ci possiamo prendere un caffè” oppure “porta tre caffè”. Era questo lo scambio che avveniva coi clienti. Tra essi, come documentato dalle indagini, c’era pure un noto professionista della guardia medica di Boscoreale. “Porta un caffè” era il messaggio, apparentemente senza significato, ricevuto da uno dei numeri di telefono riconducibili ai Padovani. Un sms sospetto che ha però contribuito a smantellare la più ricca holding dello spaccio mai gestita all’ombra del Vesuvio.