Andrea Ripa

L’ultimo schiaffo a Nicola. Condanna annullata al boss

Andrea Ripa,  

L’ultimo schiaffo a Nicola. Condanna annullata al boss

Condanna cancellata. Ancora una volta. L’omicidio di Nicola Nappo, vittima innocente di camorra, resta una vicenda senza giustizia. Per la seconda volta i giudici della Corte di Cassazione di Roma hanno rimandato ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli la decisione in merito alla sussistenza di prove a carico di Antonio Cesarano, unico imputato di un delitto che a undici anni di distanza resta avvolto nel mistero. Il boss di Scafati aveva incassato vent’anni, nel secondo processo d’Appello. Ma ora bisognerà ridiscutere tutto.

La decisione assunta due giorni fa dai giudici della V sezione penale della Corte Suprema scrive nuove pagine di una vicenda giudiziaria tutt’altro che conclusa, che rimbalza da un tribunale all’altro. «Carenze motivazionali», scrivono i giudici della Cassazione che esprimono ancora una volta dubbi sulle decisioni assunte dai magistrati napoletani. Nella decisione che ha riaperto il dibattito intorno alla morte del fabbro di Poggiomarino, scambiato per un killer di camorra, mancherebbero chiare ed evidenti motivazioni in merito al fatto che Cesarano sapesse delle intenzioni omicide delle persone che utilizzarono la sua auto la sera dell’agguato.

Il boss scafatese, difeso dagli avvocati Donato De Paola e Giuseppe Della Monica, d’altronde, si è sempre detto estraneo alla vicenda. Tant’è che le doglianze espresse dai legali della difesa sono state nuovamente accolte dai giudici della Corte di Cassazione. Ma tra rimpalli e ombre sul massacro di Poggiomarino, consumatosi in una calda e sanguinosa notte di luglio, la famiglia di Nicola Nappo resta senza giustizia. E senza conoscere chi undici anni fa abbia sparato senza pietà seminando terrore e morte quel maledetto 9 luglio del 2009.

Il delitto

Nicola è stato ucciso per errore. I sei proiettili calibro 9 che lo hanno strappato alla vita erano indirizzati a un camorrista. Il boss Carmine Amoruso, esponente di punta dei Giugliano, la cosca dello spaccio che detta legge a Poggiomarino e che rappresenta una costola del più potente clan Fabbrocino. «Dovevo morire io non Nicola che era un bravo ragazzo», ha raccontato Amoruso alla Dda subito dopo aver deciso di collaborare con la giustizia. Un modo per togliersi dalle spalle un peso enorme. «Lo hanno ucciso perché credevano che ero io. Fisicamente ci somigliavamo », ha ripetuto il super pentito agli uomini dell’Antimafia. Amoruso sarebbe finito nel mirino dei killer per una stupida lite stradale avvenuta, qualche tempo prima, proprio a Scafati. E’ da questo racconto che parte l’inchiesta-lampo.

Dopo 3 anni, nel 2012, vengono indagate due persone. Si tratta di Antonio Cesarano e Giovan Battista Matrone. Per gli inquirenti avrebbero entrambi partecipato alle fasi organizzative del delitto.

Il processo

Ma le accuse scricchiolano. Matrone, per il quale viene chiesto l’ergastolo, è assolto in primo e secondo grado. Con questa storia non c’entra nulla. Va peggio a Cesarano, condannato al carcere a vita anche in Appello. A fine 2016, però, il colpo di scena. La Cassazione, accogliendo la tesi dei legali di Cesarano annulla la condanna, cancella l’ergastolo e rinvia gli atti alla Corte d’Appello per un nuovo processo. Una decisione che solleva molti dubbi sul ruolo dell’imputato. A cominciare dal fatto che fosse o meno consapevole di aver prestato la sua auto a killer di professione pronti a uccidere. Il secondo processo d’appello davanti ai giudici del tribunale partenopeo si conclude con un’altra condanna, stavolta a vent’anni di carcere. Una pena più mite, ugualmente contestata dal collegio difensivo di Cesarano che due giorni fa ha ottenuto una sentenza favorevole. Ancora una volta in Cassazione. Soddisfatto l’avvocato Donato De Paola che spiega: «Per due volte è stata confermata una carenza di prove in carico all’imputato. Resta inspiegabile come a undici anni di distanza l’unica persona a processo per l’omicidio Nappo sia Antonio Cesarano. Mentre mandanti ed esecutori materiali del delitto restano tuttora sconosciuti».