Salvatore Dare

Sant’Agnello, le 53 case sequestrate. Bordata dei giudici: «Comune in malafede»

Salvatore Dare,  

Sant’Agnello, le 53 case sequestrate. Bordata dei giudici: «Comune in malafede»

«Non trascurabile malafede». Una descrizione pesantissima che apre ulteriori canali nell’inchiesta della Procura di Torre Annunziata che indaga sull’housing sociale di via monsignor Bonaventura Gargiulo. A farla sono i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli che, nelle motivazioni dell’ordinanza con cui è confermato il sequestro delle 53 abitazioni, censurano le procedure dell’amministrazione di Sant’Agnello guidata dal sindaco Piergiorgio Sagristani.

I giudici della libertà, un mese fa, hanno dichiarato inammissibili i ricorsi degli indagati. Sotto inchiesta, per ora solo per violazioni urbanistiche, l’ingegnere Antonio Elefante e il commercialista Massimiliano Zurlo di Shs (la società beneficiaria del permesso di costruire giudicato illegittimo) e Danilo Esposito e Francesco Gargiulo (amministratori di New Electra, ditta edile di Piano di Sorrento titolare dell’appalto). La Procura indaga pure sull’iter condotto da giunta e consiglio comunale oltre che dai dipendenti comunali. D’altronde, nelle dieci pagine di ordinanza, il Riesame (dodicesima sezione penale, presidente Luigi Esposito, giudici Paola Russo e Marina Cimma) illustra le ragioni che inducono a confermare il sequestro già convalidato dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Torre Annunziata Antonio Fiorentino. Premessa: si contesta che il permesso rilasciato ad Shs per la realizzazione delle opere (53 case, 67 parcheggi interrati, una palestra, una serra didattica e altri stalli) si basi una violazione del Put (piano urbanistico territoriale). Il Riesame evidenzia che il progetto di Shs si lega all’approvazione da parte della giunta Sagristani del Pua (piano urbanistico attuativo) «per la riqualificazione delle aree urbane degradate in deroga agli strumenti urbanistici. Senonché l’area dell’insediamento non rientra in quelle degradate, quanto dire compromesse, abbandonate, a basso livello di naturalità, dismesse o improduttive, ragioni per cui l’intervento non poteva essere proposto e approvato».

Nel 2010, il consiglio comunale indicò l’area dell’housing «in una di maggiore estensione individuata ai sensi del Piano casa ma è altrettanto vero che la zona C2 del Prg (piano regolatore generale) interessata dall’intervento era già conformata a un piano per l’edilizia economica e popolare approvato nel 1990 e recepito nel Prg adeguato al Put per realizzare interventi di edilizia residenziale pubblica per soddisfare il fabbisogno derivante da abitazioni malsane e sovraffollamento». Al di fuori di questi interventi «non vi era a Sant’Agnello alcuna altra possibilità di poter realizzare ulteriori vani, tanto più se di edilizia privata». Il Riesame cita il caso del Peep (piano per l’edilizia economica e popolare): nel 2011 il consiglio comunale incarica dei professionisti di elaborare dei progetti «ma tali attività sono state successivamente e inspiegabilmente disattese», per approvare il Pua caldeggiato da Elefante. Questo, per i giudici, è un modo con cui il Comune sottrae l’area per alloggi pubblici e «integra una speculazione edilizia privata mascherata sotto forma di alloggi sociali con prezzi tutt’altro che agevolati da assegnare anche a non residenti». Si cita l’intervento del professore Ferdinando Pinto (estraneo alla vicenda) che, su incarico del Comune, firmò un parere sub iudice sulla fattibilità dell’housing. Motivo? Per Pinto bisognava attendere la pronuncia della Consulta sull’inderogabilità al Put in merito alla legge regionale sul recupero abitativo dei sottotetti. La Corte Costituzionale disse no. E bloccò l’ipotesi di deroghe. Ma il Comune, dopo quella sentenza, rilasciò il permesso, «a dimostrazione anche di una non trascurabile mala fede». Il Tribunale ferma la possibilità di concedere l’uso delle case alle famiglie che, avendo partecipato a un bando comunale, si sono viste negare il loro diritto. «L’ingresso dei proprietari – scrivono i magistrati – inciderà fortemente sul carico urbanistico» perché ci sarebbe «prosecuzione o aggravamento dei reati contestati», così facendo si salvaguardano «i promissari acquirenti dalle conseguenze di un definitivo accertamento dell’abusività degli immobili».