Andrea Ripa

Camorra, Cutolo è in fin di vita. Lo sfogo della moglie: «Meglio morto che al 41 bis»

Andrea Ripa,  

Camorra, Cutolo è in fin di vita. Lo sfogo della moglie: «Meglio morto che al 41 bis»
Il capo della Nco al 41 bis da 28 anni

Ottaviano. Al di là del vetro nella stanza dei colloqui c’è un anziano con le mani tremanti. Fa fatica a parlare e a tenere gli occhi aperti. Vive al regime di 41 bis da quasi trent’anni e alla spocchia mostrata durante i processi in cui era anche arrivato a sfidare i giudici, ha lasciato l’immagine di uomo non più autosufficiente. Raffaele Cutolo oggi è il fantasma del superboss della Nuova Camorra Organizzata. Ha smesso di camminare tempo fa. Nella sua cella, una tomba in cui è murato vivo dal 1992, ha un materasso ad acqua e una sedia a rotelle. E’ in fin di vita. In ospedale c’era già stato mesi fa, durante le settimane difficili della pandemia. I familiari avevano chiesto cure specifiche a causa delle numerose patologie che negli anni hanno trasformato quello spietato criminale capace di seminare sangue e paura per le strade della provincia tra gli anni settanta e ottanta, in un vecchio bisognoso di continua assistenza. L’uomo che negli anni della guerra di camorra stringeva mitra ed emetteva sentenze di morte, oggi non riesce a tenere in mano neanche una bottiglia d’acqua.

L’ultimo allarme sulle condizioni di salute del «professore di Ottaviano» lo lancia Immacolata Iacone, la moglie del boss della Nco. Mentre in lacrime ricorda l’ultimo incontro con il marito, intervenendo al Consiglio direttivo di “Nessuno tocchi Caino – Spes incontra Spem”, organizzazione che si occupa dei diritti dei detenuti. La donna racconta quanto grandi siano le cicatrici che il 41bis ha lasciato sul corpo dell’uomo che aveva sposato nel 1983, quando Cutolo era recluso nel carcere dell’Asinara. « Ho incontrato mio marito in carcere a Parma un mese fa, era previsto un colloquio normale attraverso il vetro, ma mi sono ritrovata davanti una persona 90enne con una bottiglia in mano, non parlava, non dava segni, è stato bruttissimo vederlo in quelle condizioni. Mia figlia non si è sentita bene, non ha voluto restare più di tanto, e siamo andati via perché era inutile parlare con una persona che non alzava gli occhi, non riusciva a portare la bottiglia alla bocca, una persona che non rispondeva quando lo chiamavamo», spiega la donna. «Quando mia figlia gli ha chiesto chi fossi io, lui ha risposto che ero la dottoressa. Poi ha abbassato la testa e non ha parlato più. Ma allora -dice Immacolata Iacone- mettete la sedia elettrica, così noi della famiglia non soffriamo più, perché noi soffriamo di più, loro devono scontare una pena, ma noi che peccato abbiamo fatto?».

Il ricovero in ospedale, le precarie condizioni di salute e le recenti misure emesse dal Governo per evitare la diffusione del Coronavirus nelle carceri avevano aperto uno spiraglio. Ma nonostante i tentativi dei legali del boss, per Cutolo non c’è stato alcun provvedimento che ne alleggerisse la misura cautelare. Eppure oggi a quasi 80 anni, con alle spalle quasi mezzo secolo passato tra le carceri italiane, quel boss tanto temuto è ancora un personaggio dal grande carisma criminale.

Un’icona del male che tuttora custodisce molti dei misteri irrisolti legati agli anni di piombo. Dalla morte di Aldo Moro al rapimento dell’assessore regionale Ciro Cirillo. Cutolo è stato condannato 13 volte all’ergastolo, in quanto ritenuto mandante di decine di delitti che sono costati la vita a camorristi, politici e uomini dello Stato. Un passato che non si può cancellare.

Nemmeno davanti al volto stanco di quell’uomo con le piaghe sul corpo e gli occhi semi aperti. «Non riusciamo ancora a capire perché sta in quelle condizioni, e perché sta ancora in carcere. Io non dico di portarlo a casa, ma almeno in un posto dove venga curato». L’appello della donna che oggi implora pietà in nome dell’amore che la lega a uno dei boss più feroci e spietati della storia della criminalità organizzata.