Tiziano Valle

Scommesse, allarme Antimafia: «I D’Alessandro “re” del gioco»

Tiziano Valle,  

Scommesse, allarme Antimafia: «I D’Alessandro “re” del gioco»

Castellammare. Da tempo il gioco d’azzardo è uno dei settori chiave dell’economia mafiosa. Un affare che – solo l’anno scorso – ha mosso qualcosa come 106 miliardi di euro soltanto in Italia. Le scommesse servono ai clan per fare soldi, per riciclare i capitali sporchi e anche per controllare il territorio. Un binomio criminale che rischia di allargare i propri confini nel post-lockdown, sfruttando le angosce di chi cerca nel gioco le certezze smarrite durante la pandemia. Un pericolo concreto, reale, rimarcato anche dalla Direzione Investigativa Antimafia nell’ultima relazione presentata al Parlamento, poche settimane fa.

Un documento nel quale si fa espresso riferimento al fatto che la paralisi economica causata dal Covid potrebbe aprire alle mafie «prospettive di arricchimento ed espansione paragonabili a ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico». E sono due i settori principali attorno ai quali ruotano le attenzioni degli 007. Il primo è ovviamente la droga che da sempre rappresenta la principale fonte di arricchimento per le cosche. E la seconda è proprio il gioco.Un business di proporzioni enormi sul quale hanno puntato tutti. Mafiosi, ’ndranghetisti e camorristi. Un settore nel quale regnano, tra gli altri, anche i D’Alessandro di Castellammare di Stabia, che addirittura la Dia prende ad esempio per illustrare la capacità delle organizzazioni criminali campane di infiltrarsi nel “sistema” delle scommesse.Una realtà venuta fuori da vecchie inchieste del passato, come “Golden Gol”, ma che torna di strettissima attualità oggi proprio per effetto dell’emergenza economica e sanitaria che ha travolto il paese. Dalle carte di quell’indagine, infatti, viene fuori la prova che «lo sviluppo di nuovi sistemi di scommesse ha avuto, come effetto non secondario per le casse delle organizzazioni camorristiche, quello di concorrere ad avvicinare a quel “mondo” una clientela molto più vasta del passato. A questo ha contribuito una massiccia opera di attrazione mediatica al gioco, che ha creato nuove e preoccupanti situazioni di disagio economico dipendenti dal gioco e l’allargarsi di altre pratiche illecite, prime tra tutte l’usura». Il clan di Scanzano avrebbe gestito – e secondo gli investigatori controlla ancora – diversi centri scommesse, attraverso alcuni prestanome. Centri nei quali alle giocate regolari venivano anche associate quelle fuorilegge.Un sistema che il clan avrebbe persino provato ad esportare fuori regione. Dalle carte dell’inchiesta “Tsunami”, infatti, è emerso che i vertici della cosca, attraverso l’appoggio di un bancario di Rimini, avrebbero programmato investimenti nel settore del gioco anche in Emilia-Romagna e in altre regioni del Nord Italia. Sempre dalle inchieste che in questi anni hanno travolto la cosca è venuto fuori che il clan aveva tessuto rapporti persino con professionisti informatici: l’esercito online che aiuta i boss a macinare montagne di quattrini soltanto con un clic.E adesso il giro d’affari rischia di allargarsi a dismisura, complice la disperazione di un paese travolto dalla peggior crisi economica degli ultimi decenni. Investire nel gioco, per i clan, non è solo un affare economico ma anche un modo per mantenere l’egemonia sul territorio di competenza attraverso le sale scommesse gestite dai boss, dove vengono installate le macchinette mangiasoldi non autorizzate dal monopolio di Stato. Il rischio che la camorra stabiese possa ampliare il suo giro d’affari investendo ancora in questo settore è però già all’attenzione della Dia. L’Antimafia, in questi ultimi anni, ha colpito al cuore le cosche presenti sul territorio, strappando alle organizzazioni criminali anche importanti risorse finanziarie che potevano essere impiegate in settori illegali.