Ciro Formisano

Camorra: polizze, titoli e appalti. Il tesoro dei Fabbrocino

Ciro Formisano,  

Camorra: polizze, titoli e appalti. Il tesoro dei Fabbrocino

Il boss è morto poco più di un anno fa. Ma il clan che ha fondato e guidato per quasi quarant’anni è ancora lì, più ricco e potente che mai. Un’organizzazione che continua a macinare soldi a palate con appalti e imprese “pulite”. Ma anche che con gli affari storici: lo spaccio, il riciclaggio, le estorsioni. Un impero che vale milioni di euro. Un tesoro protetto dal silenzio omertoso che da decenni avvolge una delle cosche più potenti della Campania. I Fabbrocino, il clan con base a San Gennaro Vesuviano, sono tutt’ora i leader nel settore degli affari illeciti all’ombra del Vesuvio. E il loro potere non sembra essere stato scalfito dalle numerose indagini che hanno colpito, in questi anni, i vertici dell’organizzazione criminale messa in piedi da Mario Fabbrocino. Anzi, nemmeno la morte del boss – deceduto per cause naturali ad aprile del 2019 – ha scalfito l’impero del clan che ha sfidato e battuto la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

L’impero

Di una delle più longeve famiglie della criminalità campana si sa poco negli ultimi anni. Il motivo è semplice: non ci sono pentiti. Un dato singolare per la camorra, tra tutte le organizzazioni mafiose quella maggiormente colpita dal fenomeno del “pentitismo”. Ciò che è certo è che quel clan ha a disposizione una ricchezza sconfinata. Un impero che consente ai nuovi padrini di sostenere i detenuti e le loro famiglie evitando che qualcuno possa scegliere di collaborare con la giustizia. Le indagini di questi ultimi anni – riportate anche nell’ultima relazione firmata dalla Direzione Investigativa Antimafia – hanno svelato l’esistenza di quell’enorme patrimonio rimasto per anni nascosto dal silenzio. Un tesoro composto da partecipazioni societarie, imprese, negozi, attività seminate in ogni tipo di settore commerciale. E ancora le polizze vita: la pensione dei camorristi nullatenenti che provano così a garantirsi una “rendita” quando saranno troppo vecchi per occuparsi degli affari della cosca. Una ragnatela intricata d’interessi e business sulla quale la Dda di Napoli e la Dia hanno da tempo acceso i propri riflettori. E potrebbe essere proprio questo il grimaldello per aprire la cassaforte che custodisce gli affari e i segreti del clan.

La strategia della Dda

Indebolire l’ala economica della cosca per riuscire ad aprire una breccia in quell’impenetrabile muro di omertà che protegge i boss. In una recente inchiesta i giudici del tribunale di Napoli puntarono l’accento proprio su questo punto. La ricchezza enorme, del clan – le parole dei magistrati – è utile a «scongiurare situazioni di pericolo» rafforzando «il vincolo di omertà anche nei confronti dei consociati ». Perché nelle casse del clan «confluiscono non solo i proventi delle attività illecite, ma anche i profitti ormai derivanti dalla conduzione delle attività imprenditoriali intraprese e gestite dal clan con metodi mafiosi». Un enorme vortice di denaro e potere. Un mare di soldi che lo Stato vuole strappare ai padrini.