L’arbitro Rocchi: “La sudditanza psicologica è un’invenzione”

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L’arbitro Rocchi: “La sudditanza psicologica è un’invenzione”

L’arbitro della finale di Tim Cup, Gianluca Rocchi, ha parlato a “Radio Anch’io lo Sport”: 

“Sabato i calciatori si sono comportati bene, è stato un piacere arbitrare la finale del trofeo. Soprattutto nei 90′ minuti ho dovuto soltanto seguire il gioco. Quando i calciatori pensano solo a giocare è il massimo per un arbitro. Il mio obiettivo era di sembrare quasi trasparente e credo di esserci riuscito. Il Milan? Ai supplementari alcuni cenni di nervosismo ci sono stati visto che i rossoneri hanno visto sfumare l’obiettivo. Anch’io sono stato sorpreso dall’atteggiamento di alcuni giocatori ma come arbitro bisogna capire certi momenti. Quando le partite sono di alto livello per noi è sempre piacere. Per assurdo in Champions si arbitra meglio perché lo spettacolo è assicurato e si fa meno fatica ad arbitrare. L’ammonizione di Chiellini? E’ stato un atto dovuto perché la sua richiesta (ammonire Honda per simulazione, ndr) mi è sembrata troppo plateale.

Senza fischiare prendiamo tante decisioni, rientra un po’ nella gestione della gara. Per questo ci arrabbiamo quando veniamo valutati per un solo episodio. Spesso nella valutazione di un arbitro non si guarda tutto il contesto e ci si ricorda soltanto del rigore fischiato o dell’episodio eclatante. 

Moviola? Anche noi siamo curiosi perché non abbiamo chiare le modalità con cui dovremo applicarla. Ben venga comunque se aiuterà a risolvere gli episodi. L’obiettivo di un arbitro è uno solo: quello di non fare errori e non condizionare il risultato.

Sulla questione della sudditanza psicologica risponde: “Non scherziamo, quando andiamo in campo l’obiettivo è di dare alle squadre le stesse valutazioni – conclude -. Figuriamoci se un arbitro vuole influenzare una o l’altra squadra”.

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