Il parroco censura il boss di Fortapàsc Aldo Gionta : «Un boss non dà buoni esempi»

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Il parroco censura il boss di Fortapàsc Aldo Gionta : «Un boss non dà buoni esempi»

«Quale insegnamento può dare un uomo che è diventato un boss? E quali diritti pretende di rivendicare scrivendo una commedia?». Non usa mezze misure don Antonio Carbone, il parroco anti-clan del rione murattiano, che reagisce con rabbia alla notizia della stesura di una commedia satirica a firma del ras di Fortapàsc.  Il testo teatrale scritto dal padrino dei Valentini, Aldo Gionta, un unico atto intitolato “Ululati alla luna” scatena le reazioni  di chi indignato condanna il testo. Una semplice commedia satirica dove Aldo Gionta e il suo compagno di cella, Carmelo Musumeci, ex boss della Versilia, detenuto con lui – all’epoca della stesura della commedia – nel carcere di Nuoro- descrivono, in un dialogo immaginario una rivolta per le cattive condizioni dei detenuti in cella. «A volte penso che sia solo un grande attore – spiega don Antonio – un imprenditore della camorra o un camorrista imprenditore che ha solo insegnato, sino ad ora, a sparare con kalashikov, ad usare le pistole, ha suggerito a suo figlio, ai nipoti e ai suoi soldati  come evitare le manette, come addestrarsi alla vita camorristica. Può un padre insegnare questo ad un proprio figlio? Indicargli la strada della malavita, dove la morte è spesso l’unica conseguenza? O dove il destino riconduce tutti in una cella di un penitenziario?». Non è interessato al contenuto della commedia e nè intenzionato alla messa in scena di quell’atto: «Preferiamo mettere in scena esempi buoni non negativi, raccontare la vita di don Bosco e non quella di un boss che scrive del regime di detenzione. Per carità – aggiunge- i diritti del detenuto devono essere rispettati, perchè parliamo di persone umane, ma mi auguro che il boss possa anche iniziare a pentirsi di tutto ciò che ha fatto, che rifletta sulle sue azioni, su quanto  ha messo in campo, lui e la sua dinastia in questa città». E infine è lo stesso parroco a concludere: «Tutti possono cambiare e tutti possono pentirsi ma vedo che sempre più spesso personaggi della criminalità organizzata non lo fanno, la vedono come una sconfitta e invece non è così: pentirsi significa voler bene a se stessi, credere in Dio e in quel caso lanciare un messaggio positivo e di riscatto ad una città che è stanca di sentire sempre le stesse cose, di vivere sempre sulla scia di determinati personaggi: i giovani hanno bisogno di buon esempi». 

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