«Non voglio essere il figlio di un pentito». Ridosso ripudia il padre, i verbali sul racket a Pompei e Scafati

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«Non voglio essere il figlio di un pentito». Ridosso ripudia il padre, i verbali sul racket a Pompei e Scafati

Vuole essere trattato come un normale detenuto e non come il figlio di un collaboratore di giustizia. E’ quanto emerge dal verbale dell’interrogatorio di garanzia reso da Salvatore Ridosso al giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Salerno Pietro Indinnimeo dopo il blitz della Dda che a dicembre ha portato dietro le sbarre componenti ed esponenti di clan che agivano tra Castellammare di Stabia, Pompei e Scafati. «Non voglio commentare le dichiarazioni rese da mio padre Romolo, mi astengo- afferma il trentenne figlio del nuovo collaboratore di giustizia e difeso dall’avvocato Pierluigi Spadafora-, in quanto non voglio essere il figlio di un pentito». Eppure Romolo Ridosso l’aveva inserito nel novero di quei familiari che la giustizia avrebbe dovuto proteggere dopo quel cambio di marcia e di vita. Ma il comportamento del padre ha avuto l’effetto di un macigno per Salvatore. «Io sto in galera (è in cella dopo il blitz del 14 dicembre) e mi trattano peggio di un cane, sono rinchiuso in una camera ma nessuno mi saluta o alza il viso per guardarmi. Sono da solo». Rinnega quindi il padre e le sue decisioni e chiede un confronto con chi l’ha accusato. Premette, però, di non aver nulla a che fare con la malavita organizzata. «Non sono un camorrista, sia chiaro- si legge nel verbale che giovedì sarà portato davanti ai giudici del Tribunale del Riesame- e per quanto riguarda il programma di protezione chiesto dal mio genitore io posso semplicemente affermare che non voglio assolutamente nulla, l’ho detto anche tramite la mia compagna: me ne vado a libera scelta e non chiedo e voglio programmi». Salvatore Ridosso, diversamente da Alfonsino Loreto con il quale ha diviso e condiviso diversi reati, precisa di aver solo lavorato in vita sua. Era commesso in un negozio di Scafati. «Mi occupavo di abbigliamento, ho tre figli da mantenere, uno di 9 mesi, conosco solo le taglie di maglie e pantaloni». Ma nel suo interrogatorio reso al giudice Indinnimeo chiarisce alcune vicende sulle quali è accusato e parla delle estorsioni alle Sale Bingo di Pompei e Scafati fornendo nuovi particolari agli inquirenti (Pm Giancarlo Russo). E non solo. In quanto ci sarebbero dichiarazioni sull’assassinio dello Zio Salvatore e per gli appalti sulle pulizie. Tutto materiale che sarà materia dei giudici del Tribunale del Riesame di Salerno dove giovedì sarà discussa la posizione di capi e gregari delle associazioni camorristiche stroncate prima di Natale. Gli arrestati, tra cui Salvatore Ridosso, sono in cella con accuse di associazione camorristica, estorsioni, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, lesioni personali e intestazione fraudolenta di società, tutti aggravati dal metodo mafioso. Tra di loro emergono le figure di Luigi Da Martino, detto “Gigino ‘o profeta”, considerato l’attuale reggente del clan Cesarano e Michele Matrone, figlio dell’ergastolano Francesco detto “a belva”. I clan Loreto-Ridosso di Scafati, il clan Matrone e il clan Cesarano di Pompei e Castellammare di Stabia si sarebbero diviso il territorio scafatese e della limitrofa area pompeiana.

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