Caso Fortuna, il papà di Chicca: «Titò è innocente». Accusa altri inquilini

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Caso Fortuna, il papà di Chicca: «Titò è innocente». Accusa altri inquilini

Si agita sulla sedia, poi si alza e comincia ad aggirarsi nervosamente per l’aula, chiosa ora con sorrisi e battute sarcastiche ora con imprecazioni le parole di giudici, avvocati e testimoni; è da quando è iniziato il processo per l’uccisione della figlia che Pietro Loffredo non riesce a nascondere la propria insofferenza, che si traduce quasi sempre in manifesta e ostentata ostilità per la ricostruzione del delitto fatta dagli inquirenti. Soprattutto è convinto che ad ammazzare Chicca, come veniva chiamata la piccola Fortuna Loffredo, non sia stato l’imputato, quel Raimondo Caputo, detto Titò, accusato di aver commesso ripetuti abusi sessuali sulla bimba prima di lanciarla nel vuoto, dal terrazzo all’ottavo piano di un palazzone del Parco Verde di Caivano (Napoli) il 24 giugno 2014. Oggi, alla ripresa del dibattimento che si sta svolgendo davanti alla terza sezione della Corte di Assise (presidente Alfonso Barbarano, giudice a latere Annalisa De Tollis), attraverso gli avvocati Angelo e Sergio Pisani, ha formalizzato con una istanza la decisione di rinunciare alla costituzione di parte civile nei confronti di Titò, limitandosi ad esercitare tale diritto esclusivamente in relazione alla contestazione delle presunte violenze sessuali. L’iniziativa di Pietro Loffredo non rappresenta un vero e proprio colpo a sorpresa. In tutte le udienze precedenti infatti, parlando con gli avvocati e i giornalisti durante le pause del dibattimento, il papà di Chicca non perdeva l’occasione di puntare l’indice contro altri inquilini del palazzo: tre persone di un unico nucleo familiare che abita all’ottavo piano. Si tratta – secondo quanto denuncia Pietro – di Claudio Luongo – che ha avuto un figlio dalla mamma di Chicca, Mimma Guardato – della sorella Emilia Luongo e della loro madre, Rachele Di Domenico. Una tesi che smonterebbe l’intero edificio dell’accusa, dal momento che Claudio Luongo – secondo una serie di testimonianze ribadite in aula – è l’uomo che si trovava nei pressi dell’androne del palazzo quando precipitò la bambina e fu il primo a dare l’allarme, chiamando ad alta voce la ex compagna Mimma, che era in casa. E il 16 dicembre scorso Pietro Loffredo ha messo nero su bianco, in un esposto presentato ai carabinieri della Tenenza di Melito. Un verbale di tre pagine nel quale, in estrema sintesi, sostiene che la bimba era andata all’ottavo piano con il fratellino, e nell’abitazione dei Luongo era stata dapprima tramortita con un pugno da Claudio, il quale si era poi allontanato in fretta scendendo in strada mentre la sorella avrebbe lanciato la piccola dal terrazzo. E oggi un inquilino del palazzo, Massimo Bervicato, che si trovava anch’egli giù quando fu richiamato dalle urla di Claudio Luongo, ha detto che dal luogo dove questi si trovava non poteva assolutamente vedere la bimba esanime al suolo. Ed ha aggiunto un elemento ancor più dirompente se risultasse vero: in quel momento in strada si trovava, in compagnia della figlioletta, anche l’imputato Raimondo Caputo. Il pm Claudia Maone e il presidente Barbarano hanno più volte chiesto al testimone perché mai non avesse riferito questa circostanza così rilevante ai carabinieri che lo interrogarono durante le indagini preliminari, e lui ha spiegato che era ”assonnato” e non aveva le idee lucide. Come elemento di chiarezza per dirimere una questione diventata a questo punto di fondamentale importanza, l’avvocato Sergio Pisani ha chiesto un esperimento giudiziale: ovvero che la Corte si rechi al parco Verde di Caivano per verificare se dal suo punto di osservazione Claudio Luongo avrebbe potuto vedere Chicca. ”Non vogliamo un colpevole, ma il colpevole”, ha spiegato al termine dell’udienza l’avvocato Angelo Pisani per chiarire la linea seguita dalla parte civile in questo processo: ”Condividiamo le perplessità sulla ricostruzione operata dalla pubblica accusa. Quello che cerchiamo è la verità. Anche la madre di Ilaria Alpi non credeva alle accuse nei confronti del somalo che fu condannato ingiustamente e poi fortunatamente, sia pure dopo una lunga detenzione, scagionato”. Il processo riprenderà il 24 gennaio prossimo, con l’interrogatorio di altri testimoni inseriti nella lista del pubblico ministero.

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