Cold Case: Teresa Buonocore, uccisa per aver denunciato l’uomo che abusò di sua figlia

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Cold Case: Teresa Buonocore, uccisa per aver denunciato l’uomo che abusò di sua figlia

La vita di Teresa Buonocore vale 15mila euro. Lei non lo sa, ma c’è qualcuno che le ha idealmente incollato addosso una targhetta con il prezzo, di quelle che si trovano sugli abiti. Nello scorcio finale dell’estate del 2010 ci sono due killer che si stanno organizzando per incassare quei soldi. A pagare i 15 mila euro sarà un uomo che Teresa conosce bene, anzi benissimo. Si chiama Enrico Perillo, è un imprenditore di Portici. Qualche anno prima Perillo ha molestato la figlia di Teresa: lei lo ha denunciato e lo ha fatto condannare. Ha avuto coraggio, tanto coraggio. Un coraggio che pagherà con la vita.

Teresa Buonocore è una donna di Portici, ha 45 anni ed è segnata da due infelici esperienze. Il primo matrimonio, dal quale sono nate due bambine, è finito male; poi ha conosciuto un altro uomo durante una vacanza a Santo Domingo, lo ha sposato ma la storia è durata poco seppur addolcita dall’arrivo di due bimbe. Tornata in Italia, ha sudato parecchio per rimettere in piedi la sua vita e crescere le figlie nate dalla prima unione. La sua esistenza, insomma, non è mai stata liscia come l’olio, più volte è stata costretta a ripartire da zero. Ma se il disastro sentimentale è stato compensato dalla gioia di aver messo al mondo quattro figli, c’è un evento che le ha strappato una quota di serenità che non è mai più ritornata. Da un paio d’anni i suoi sorrisi sono sempre più rari, il suo viso ha perso quella luminosità che pure aveva conservato nonostante le delusioni affettive. La tristezza l’accompagna sempre e comunque, come se fosse davvero accaduto qualcosa di irreparabile.
Purtroppo qualcosa è accaduto, ma lei non ha avuto la forza di raccontarlo, e per proteggere la famiglia ha silenziosamente custodito un segreto pesante come una montagna: la più grande delle sue figlie è stata molestata sessualmente da un amico, una persona della quale si era fidata ciecamente per un sacco di tempo. L”amico” è Enrico Perillo, sposato e padre di due bambine. Le figlie di Teresa e quelle di Perillo andavano in vacanza insieme nella casa che l’imprenditore prendeva in fitto in estate in Calabria. Ma sia nell’abitazione di Portici che nella villa al mare, la più grande, che all’epoca aveva 8 anni, era stata ripetutamente molestata; stessa cosa era accaduta ad altre due compagne di scuola della figlia di Perillo.
Teresa non aveva mai sospettato di nulla, ma una lettera anonima inviata alle forze dell’ordine aveva consentito agli inquirenti di scoprire che Perillo aveva l’insana abitudine di infastidire le bimbe. L’indagine della polizia aveva poi consentito di trascinare l’imprenditore in tribunale, e Teresa, nonostante lo choc e la paura, aveva deciso di denunciarlo e di costituirsi parte civile: una scelta coraggiosa e solitaria che era stata premiata perché Perillo in primo grado era stato condannato a 15 anni di carcere.
Nonostante il dolore provato per quella vicenda, la donna e la figlia avevano deciso di non raccontare nulla ai familiari che intanto continuavano a chiedersi perché Teresa avesse una espressione perennemente angosciata.
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L’esito del processo sembrava poter chiudere i conti con il passato, ma ciò è accaduto solo in parte perché dopo la condanna la sofferenza anziché placarsi è cresciuta.
Teresa è diventata triste ed inquieta per paura di ritorsioni da parte di Perillo che è convinto sia lei, e solo lei, la causa della sua sciagura giudiziaria. Un timore fondato, quello della Buonocore, che ha origine da un episodio che le ha rivelato la figlia: nel periodo in cui avvenivano le molestie, Perillo aveva mostrato una pistola alla bambina promettendo di usarla qualora avesse raccontato tutto alla mamma. Teresa, dunque, non si sente al sicuro, ha paura anche se fa l’impossibile per non trasmettere la sua tensione alla figlia, alla madre e alla sorella.
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Le sue preoccupazioni si manifestano in tutta la loro devastante tragicità la mattina del 20 settembre del 2010. Teresa Buonocore esce dalla sua casa di Portici e si mette al volante della sua Athos Hyundai per andare al lavoro. È seguita da due persone in sella ad uno scooter.
Quando Teresa imbocca via Ponte dei Francesi, una strada piuttosto isolata nei pressi del porto, il motorino le si affianca e il tizio seduto sul sellino posteriore estrae una pistola e le spara addosso ripetutamente. Teresa muore sul colpo, raggiunta dai proiettili alla testa e ad un fianco. Un medico che passa di lì pochi istanti dopo avverte la polizia e mentre è al telefono viene avvicinato da un uomo di mezza età che gli dice di aver visto tutta la scena e che a sparare sono stati due uomini che erano su uno scooter. La sua testimonianza potrebbe essere utilissima, ma quando arrivano i poliziotti, lui se l’è già squagliata.
Dopo qualche ora un giornale on line pubblica la notizia secondo la quale la vittima dell’agguato sarebbe la moglie di un collaboratore di giustizia.
È una bufala clamorosa. Ma in ogni caso la convinzione che si possa trattare di un delitto di camorra è tale che l’indagine viene coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Scavando nel passato della Buonocore, gli inquirenti scoprono che l’unica volta che la donna ha avuto a che fare con la giustizia è quando ha presentato una denuncia contro l’uomo che aveva molestato la figlioletta. Quella vicenda di per sé non prova assolutamente nulla, ma è l’unico punto di partenza in una indagine che si prospetta assai complicata. Ma qualche ora dopo il delitto, a facilitare il compito degli investigatori è la scarsa “professionalità” dei due killer: per crearsi un alibi, uno dei due, Alberto Amendola, denuncia al commissariato di San Giovanni a Teduccio di essere stato rapinato dello scooter proprio poche ore prima dell’omicidio. Il suo atteggiamento è strano e insospettisce i poliziotti che, attraverso un controllo incrociato, scoprono che Amendola aveva testimoniato a favore di Perillo nel processo per le molestie sessuali denunciate dalla Buonocore.
Non può essere una coincidenza. Incalzato, comincia a contraddirsi e alla fine, pur di salvarsi, fa il nome del complice e del mandante: a partecipare all’agguato è stato Giuseppe Avolio, ad ordinare l’omicidio è stato invece Enrico Perillo. Si, proprio colui che aveva molestato la figlia di Teresa. Il movente è facilmente prevedibile: Perillo aveva deciso di punire con la morte la donna che aveva avuto il coraggio di denunciarlo per gli abusi sessuali alla figlia. E ai due assassini aveva promesso un compenso di 15mila euro. Caso chiuso. Per Alberto Amendola e Giuseppe Avolio, a gennaio del 2015 la Cassazione confermerà la pena, rispettivamente, a 22 anni e 18 anni.
Per Perillo, invece, condannato all’ergastolo in primo e in secondo grado, la Suprema Corte conferma il carcere a vita nel giugno del 2015. Giustizia è fatta, almeno in parte. Perché la famiglia della Buonocore, rappresentata dall’avvocato Francesco Cristiani, non potrà mai ottenere un risarcimento perché nel frattempo Perillo è riuscito a liberarsi di tutti i suoi beni.

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