Il cibo racconta Napoli. Tutti i gusti di un popolo

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Il cibo racconta Napoli. Tutti i gusti di un popolo

Un vero e proprio focus sulla storia del gusto all’ombra del Vesuvio e delle tradizioni alimentari dei napoletani. E che viene portato avanti ripercorrendo le fasi di crescita di un’arte, quella della cucina, che si snoda attraverso le leggende, gli usi e i costumi. E’ “Il cibo racconta Napoli-L’alimentazione dei napoletani attraverso i secoli fino ad oggi”, il nuovo saggio a cura di Yvonne Carbonaro. Il terzo volume della collana dedicata alla storia e bombi della serie Oro – ideata e diretta dalla giornalista Anita Curci per la Kairòs edizioni – è un saggio che cattura il lettore e stimola anche il desiderio di cimentarsi ai fornelli, proprio in prossimità delle festività natalizie.

La storia

Tra le cucine delle varie regioni italiane quella napoletana affonda le sue origini in radici antichissime come antichissima è la storia delle “genti” che hanno occupato questo luogo splendido, spesso e a lungo conteso. Si propone qui un compendio del percorso nei secoli dell’alimentazione a Napoli intesa come collegamento tra generazioni, così da ricostruire il filo di memorie e cultura che lega i vari momenti della civiltà del mangiare. Per la ricostruzione si è fatto riferimento sia ai manuali classici, sia ai testi letterari, incluse le canzoni napoletane e anche alle leggende tramandate nel tempo. Ne è nato quasi un romanzo storico in cui protagonista è soprattutto la città e dove i personaggi – re, principesse, cuochi, gastronomi e poeti, insieme alla popolazione – narrano, direttamente o indirettamente, di fastosi banchetti o poveri cibi che ancora oggi ritroviamo sulle nostre tavole. Pulci definì con disprezzo “mangiafoglia” i napoletani, con altrettanto disprezzo, chiamati “mangiamaccheroni”, ma alla fine pietanze tipiche napoletane come la pasta e la pizza sono diventate patrimonio della gastronomia italiana e internazionale e, insieme a “li foglia”, fondamenti della “dieta mediterranea”. È dunque legittimo rapportarsi all’orgoglio di appartenenza ad una civiltà talmente profonda, articolata e raffinata da aver generato, insieme a tante grandi forme di arte, anche quella d’una cucina di alta qualità.

Verso il Natale

Il saggio di Carbonaro viene disvelato nel periodo clou in cui la cucina napoletana sa sfornare pure dolci di incredibile qualità. Struffoli, zeppole, chi più ne ha più ne metta. Preparazioni artigianali e di valore che nel tempo hanno saputo meritatamente conquistare milioni di persone. A cominciare pure da personalità famose del mondo dello spettacolo e della cultura. Pupetta Maggio, tempo fa, dedicò una poesia dedicata proprio alle dolcezze di Moccia 1936, una delle realtà pasticciere più apprezzate di Napoli. Una location che seppe attirare pure Benedetto Croce, a dir poco ghiotto dei dolci natalizi della pasticceria di via San Pasquale a Chiaia. Oppure Nino Taranto e la sua famiglia che erano soliti regalare a Natale, ad amici e parenti, i dolci di Moccia. Dolci che spesso venivano confezionati in cassette e inviati in tutto il mondo perché i profumi e i sapori del Natale partenopeo potessero arrivare alle famiglie emigrate oltre confine.

CRONACA