Nei peggiori bar di Tom Waits, tra reietti, homeless e satiri in blue

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Nei peggiori bar di Tom Waits, tra reietti, homeless e satiri in blue

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Rocco Traisci.

Celebrare i 70 anni di Tom Waits suggerisce prudenza, perché affrontare un profilo così maledettamente vissuto è come tentare di sintetizzare in trenta righe mille anni di storia umana (esattamente come il medioevo sui libri di scuola, che mescolano invasioni barbariche, rinascimento e nuovo mondo). La parabola “millenaria” di Tom Waits è totale, nell’accezione classica e avanguardista del termine, perché nei suoi mille caratteri è successo di tutto: free jazz e ballate, punk e spoken words, bebop e rumore, linguaggi imbastarditi e cacofonici, slang letterari e da homeless, un millennio di uomini e donne “sconfitti alle loro condizioni e non vincenti alle condizioni altrui”.Lo scorso 7 dicembre la stampa mondiale e largamente accreditata ha già scritto molto e meglio su Tom Waits, lasciando a noi fans una dignitosa coda di rappresentanza, tanto per gradire. Sono in difficoltà. E’ la prima volta che accade e spero sia l’ultima, perché ascoltare dischi e suggerirne ritratti più o meno verosimili non è un lavoro per vigliacchi. E ora lo sono: un conto è maneggiare pop rock da autoradio (dai Rolling Stones in giù), un altro è affondare le mani nell’apparato umano. Scoprire Tom Waits per noi teen ager di inizio anni ’90 è stato come esaminare la consistenza, la fattezza, il colore delle budella, la risacca da cui abbiamo vomitato per la prima ciò che ci tormentava. La sua voce strappata e colorata di tabacco, le insegne da locali e tangerine alla Bukowski, il colore ambrato dell’alcol sono capoversi di una storia troppo lunga e tracciare un percorso di canzoni, album, film, monologhi non è lavoro da vigliacchi ma nemmeno da bibliotecari. Da Closing Time sono passati 46 anni di musica e 22 album impossibili da classificare: i suoi peggiori bar evocano satiri in blue, cinema e fogne d’America, il vestito supersexy di Edna Million e una pistola da due dollari, i reietti di “Jesus blood never failed me yet”, i tassisti di notte di Jim Jarmush e tante altre suggestioni. Questo è Tom Waits, immaginazione, lunghe camminate, saloni, finestre spalancate e un filo di pioggia, il sarcasmo degli afflitti, i rimpianti che ancora una volta rispondono presente all’appello, senza mai un giorno di vacanza. L’ultima volta che ha suonato in Italia è stato nel ’99: tre serate sold out al Comunale Firenze, ospite dell’amico Benigni; è sposato da 40 anni con Kathleen Brennan, ad alcuni viene naturale pensarlo come istrione così come ad altri viene naturale pensarlo poeta. In entrambi i casi la stessa faccia espressa in modo diverso. Impossibile suggerire titoli: Everythink You Can Think è una minaccia, l’album Real Gone profetizza l’apocalisse, Jockey Full of Bourbon è il whisky che anticipa sempre le nostre cadute (e mai una volta che ci avvisasse). Questa leggendaria discografia non tollera scontri generazionali, anche se nessuno sa che farsene e ci segue come una signora dal trucco impiastricciato e i tacchi rotti, mentre cala il sipario sulla “lust of life”. Tom Waits, insieme a Jobim, Frank Zappa, Brel e Chet Baker difficilmente sarà dimenticato. Tanto vale farci l’abitudine.

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