Torre Annunziata, il ricatto al pentito Pellegrino: «Rischiai di perdere mio figlio»

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, il ricatto al pentito Pellegrino: «Rischiai di perdere mio figlio»

«Avevo iniziato a collaborare nel 2015, ricordo ancora bene le parole che mi disse mia moglie: se ti penti, tuo figlio non lo vedrai più. E ci ho dovuto ripensare, fino a quando mi sono arreso di nuovo allo Stato e ho iniziato nel 2016, un anno dopo, a raccontare tutto». A svelare il sistema di una camorra spietata e i segreti delle faide che per anni hanno macchiato di sangue le strade all’ombra del Vesuvio è Giuseppe Pellegrino. Un pentito che ha rischiato di perdere suo figlio  per passare dalla parte dello Stato. Il suo nome compare tra la lista dei super collaboratori di giustizia. Ex fedelissimo del clan Falanga di Torre del Greco, si occupava di tutto, a partire dalle estorsioni fino ai carichi di cocaina. Un uomo passato dal tenere le mani premute sul grilletto ad una stanza degli interrogatori per svuotare il peso degli orrori. Il pentito Pellegrino svela stavolta pure un retroscena. Per la prima volta – durante l’udienza per il processo sulla morte della mamma coraggio, Matilde Sorrentino, che vede imputato Francesco Tamarisco, il narcos considerato dagli inquirenti come il mandante del massacro – racconta una verità tenuta segreta finora. Una di quelle note agli inquirenti ma sigillate nei fascicoli di un processo che scotta.  In videoconferenza c’è Giuseppe Pellegrino, di fronte, oltre il bancone di legno della Corte d’Assise c’è il super magistrato Pierpaolo Filippelli, il capo della Procura di Torre Annunziata che ha fatto tremare le cosche, a partire dai Gionta agli Ascione-Papale, arrivando a decimare clan e famiglie fino alla terza generazione. Filippelli lo fissa e alla sola domanda sulla sua decisione di collaborare con lo Stato, Pellegrino diventa un fiume in piena. «Ho iniziato a collaborare nel 2016 – spiega con un filo di voce – almeno secondo quello che è l’anno ufficiale, ma aveva deciso di raccontare tutto ancora prima. Era il 2015, lo ricordo bene». Il pentito schiarisce la voce e, alla richiesta del pubblico ministero Filippelli di spiegarsi meglio, racconta le tappe che lo hanno portato alla decisione finale, quella di collaborare con la giustizia.  «Ricordo bene quel 2015 – aggiunge – avevo deciso di collaborare, era stata una scelta difficile ma volevo raccontare tutto e l’ho fatto. Poi la mia collaborazione è stata troncata subito e non per colpa mia: ricordo bene quei giorni – continua – mia moglie si arrabbiò tanto. Non solo voleva prendere le distanze, ma mi minacciò anche».  La minaccia più grande e difficile da mandar giù per Pellegrino fu quella di un divieto: «Mi giurò che se avessi iniziato a collaborare, mio figlio non lo avrei mai più rivisto e per me quella decisione fu troppo. Non potevo non vedere mio figlio, era la cosa più importante per me, e così decisi di interrompere la collaborazione». Ma il ripensamento fu lampo. Dopo nemmeno un anno, Pellegrino ricontatta i magistrati e chiede di essere ascoltato: nel 2016, nonostante la porta in faccia ricevuta dalla sua famiglia, da suo figlio. Da quel giorno inizia il periodo di “confessione”: 180 giorni nei quali Pellegrini confessa tutte le sue verità e i segreti di due clan, quelli avversari e quelli amici. Gli affari dell’emporio bianco alle pendici del Vesuvio, degli accordi e delle alleanze ma soprattutto di quelle faide che hanno marchiato la città di Torre del Greco e Torre Annunziata. Conosce tanto e troppo: per questo forse ha deciso di collaborare, di puntare il dito contro il super narcos Francesco Tamarisco. Così riesce ad aggiungere tasselli per ricostruire il massacro di una mamma che aveva avuto il coraggio di denunciare i pedofili di suo figlio e mettersi contro la camorra. La camorra spietata che le ha consegnato, a domicilio, la sentenza di morte.

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