Droga, armi e sangue: processo al clan Batti. Ci sono 29 imputati

Salvatore Piro,  

Droga, armi e sangue: processo al clan Batti. Ci sono 29 imputati

Il “gotha” del clan Batti finisce alla sbarra. L’Antimafia vuole il processo contro capi, colonnelli e gregari della camorra. Il pm della Dda di Napoli, Liana Esposito, ha chiesto il rinvio a giudizio per 29 persone, accusate a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di arma da fuoco, estorsione e violenza privata. Reati – secondo la Procura – “aggravati dal metodo mafioso e allo scopo di favorire il clan Batti”. E’ la cosca dei “milanesi”. Così vengono definiti a San Giuseppe Vesuviano e a Terzigno, le due roccaforti del clan, i fratelli Batti. Ovvero Luigi (43 anni), Alfredo (35) e Alan Cristian (32), tutti e tre nati a Milano, considerati gli eredi del capostipite Salvatore Batti, un tempo legato alla Nco di Raffaele Cutolo, dopo in affari con la ‘ndrangheta e con interessi illeciti maturati finanche nella città meneghina. Il rinvio a giudizio, richiesto dal sostituto procuratore dell’Antimafia partenopea, ha ora chiuso il cerchio in merito alla lunga inchiesta, partita nel maggio del 2019, sulla rapida ascesa della nuova, temuta e feroce famiglia della camorra vesuviana. Nata a partire dal 2008, all’ombra del clan Fabbrocino, e capace di imporsi nel mercato dello smercio al dettaglio degli stupefacenti. Un giro di affari sporchi, legato ai carichi di droga importati dall’estero, al traffico di armi e alle estorsioni ai danni degli imprenditori, ricostruito dalla Dda napoletana e dal nucleo investigativo della compagnia di Torre Annunziata, che il 14 maggio scorso eseguirono le ordinanze di custodia cautelare su ordine del gip di Napoli, Alessandra Ferrigno. Alle prime luci dell’alba scattarono undici arresti, con decine di affiliati e presunti tali finiti sotto inchiesta. Nel registro degli indagati finirono 29 persone, per le quali adesso l’Antimafia ha chiesto il processo. L’udienza preliminare si svolgerà per tutti il 21 febbraio dinanzi al gip del Tribunale di Napoli. Imputati sono i presunti vertici del clan dei “milanesi”: Alan Cristian Batti, Luigi e Omar Batti. Ma soprattutto Alfredo Batti, ritenuto promotore e organizzatore di un impero smantellato a maggio e dedito soprattutto allo smercio al dettaglio di cocaina, hashish e marijuana. La droga, secondo gli inquirenti, era facilmente reperibile grazie agli ottimi rapporti intrattenuti dal clan con i narcos del Vesuviano. L’organizzazione era gestita da Alfredo Batti, figlio di Salvatore Batti, il narcos che aveva esportato nel milanese il metodo camorristico appreso all’ombra del Vesuvio e freddato da una pioggia di piombo nel 1990. Alfredo gestiva tutto insieme ai fratelli e – secondo quanto descritto dalla magistratura – era il punto di riferimento del sodalizio «determinando le scelte strategiche del gruppo ed era, per i modi violenti che era solito usare, anche il più temuto». Un gradino sotto c’erano invece i fratelli Alan Cristian e Luigi Batti, assieme alla sorella Giuseppina e al cognato Salvatore Ambrosio. Emblematico, per comprendere lo spaventoso business raggiunto dall’organizzazione, è un episodio del 2015. Il clan aveva incaricato alcuni operatori portuali di agevolare l’uscita, dal porto di Salerno, di un carico di 40 chili di cocaina. Lo stupefacente era stato imbarcato su una nave proveniente dall’Ecuador e nascosto nel vano motore di un container frigo che “ufficialmente” conteneva banane. Il container era rimasto a bordo per problemi burocratici ed era ripartito, sulla stessa nave, alla volta di Rotterdam. Giunto nel porto olandese, il container era stata scoperto, procurando una perdita per il clan Batti di 1,2 milioni di euro. La reazione di Alfredo Batti, nei confronti dei presunti responsabili della perdita, non si era fatta attendere. Anche con pressioni e minacce “perpetrate – scrivono i magistrati nella relativa ordinanza – sia attraverso pestaggi, sia con l’esplosione di colpi di arma da fuoco”. Anche l’ultima relazione semestrale dell’Antimafia dedica un capitolo al gruppo Batti, definito come “la longa manus dei Fabbrocino a San Giuseppe Vesuviano e a Terzigno”. Un clan decimato da una raffica di arresti. E, ora, atteso alla sbarra in tribunale.

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