Rissa in carcere tra detenuti: a processo il nipote dei Gionta

Salvatore Piro,  

Rissa in carcere tra detenuti: a processo il nipote dei Gionta

Raid in carcere sfocia in rissa con feriti tra detenuti: a processo 10 persone. A finire sul banco degli imputati è anche Antonio Longobardi, detto Antò, il 28enne macellaio di Torre Annunziata nipote del ras dei Gionta Nicola Balzano “Alfasud”. Longobardi – che attualmente sta scontando in cella una condanna di secondo grado perchè ritenuto tra i 7 rampolli del terzo sistema di camorra torrese – è stato rinviato a giudizio sul richiesta del pm della Procura della Repubblica di Avellino, Cecilia Annecchini. Il processo partirà ad aprile. Strana sorte soprattutto per Antonio Longobardi. Ora imputato, nonostante fosse lui il bersaglio del feroce raid poi degenerato nella maxi-rissa in carcere. La presunta spedizione punitiva contro Antò da Torre Annunziata era scattata il 6 ottobre del 2018. Si svolse nella sezione alta sicurezza della casa circondariale “Antimo Graziano” di Bellizzi Irpino. E tutto per punirlo, forse, di una scelta mai perdonatagli negli ambienti criminali. Antò Longobardi infatti, 6 mesi dopo l’arresto scattato nel 2016 per associazione mafiosa, richiese al pm della Dda di Napoli, Claudio Siragusa, un colloquio riservato presso il carcere di Secondigliano. Una scelta che dagli ambienti della “mala”, probabilmente non solo di Torre Annunziata (tra i protagonisti del raid figura solo un altro torrese, Salvatore Buonocore. Gli altri criminali sono invece di Napoli o di Avellino, ndr), fu interpretata come la volontà di Longobardi di pentirsi e collaborare con la giustizia. Svelando agli inquirenti possibili dettagli sulla nascita e sulle modalità organizzative del terzo sistema di camorra, il nuovo gruppo criminale di Torre Annunziata con a capo Domenico Ciro Perna e formato dagli ex rampolli delle cosche storiche dei Gionta e dei Gallo-Cavalieri. In totale 7 componenti. Tutti condannati a marzo, in secondo grado, a pene per complessivi 57 anni di carcere. La presunta collaborazione di Longobardi con la giustizia durò tuttavia meno di un mese. Il 2 febbraio del 2017, l’ex macellaio scrisse infatti una lettera allo stesso pm della Dda partenopea, Claudio Siragusa: “Ho cambiato idea, non sono pentito. E’ stato un momento di debolezza”. Forse dettata dalla lontananza da moglie e figli, la prospettiva poi di una condanna da scontare in cella. Una lettera, poche righe, che tuttavia non gli avrebbero evitato il presunto e feroce raid punitivo del 6 ottobre. Per il quale, ora, anche Longobardi è finito sotto processo. A seguito del raid, il 28enne detenuto di Torre Annunziata quasi rischiò la vita. Perchè colpito ripetutamente alle spalle, intorno alle ore 11, da un manipolo di altri 9 detenuti, che agirono con uno sgabello. Terribili furono soprattutto i colpi inferti al cranio. Antonio Longobardi provò a difendersi dal raid, ma ebbe la peggio. A salvarlo fu solo l’intervento delle guardie penitenziarie del carcere irpino, che il 6 ottobre lo raccolsero in una pozza di sangue. Antonio Longobardi venne infine trasportato d’urgenza, in gravi condizioni, all’Ospedale Moscati di Avellino, dove i medici gli suturarono le ferite alla testa riportate nel corso della colluttazione. Le indagini sul raid scattarono immediatamente, avvalendosi delle immagini registrate dal sistema di videosorveglianza interna alla casa circondariale. Video che hanno infine incastrato i nove protagonisti della brutale aggressione. Il pm della Procura della Repubblica di Avellino ha adesso chiesto e ottenuto il processo per tutti. Alla sbarra, accusati di rissa, oltre ai torresi Antonio Longobardi (28 anni) e Salvatore Buonocore (24 anni), sono finiti ancora Giuseppe Sasso (24, di Napoli); Antonio Cavallaccio (39, di Aversa); Salvatore Mazio (29, di Napoli); Giovanni Cerbone (31, di Napoli); Vincenzo Montenero (45, di Napoli); Diego Colurcio (33, di Napoli); Carlo Mirengo (24, di Napoli); Antonio D’Angelo (39, di Avellino).

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