Due pentiti inchiodano il boss Luongo: «A Portici e San Giorgio comandava lui»

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Due pentiti inchiodano il boss Luongo: «A Portici e San Giorgio comandava lui»

Ci sono le denunce dei commercianti taglieggiati e minacciati dalla camorra, ci sono cifre e nomi degli appartenenti al clan delle bombe e ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a rafforzare il castello di accuse mosse dalla procura di Napoli e dalla direzione distrettuale antimafia alla base della maxi inchiesta scoppiata mercoledì scorso e capace di far scattare 34 arresti tra Napoli, San Giorgio a Cremano e Portici. Parole, quelle dei collaboratori di giustizia, raccolte tra il 2015 e il 2019 dagli inquirenti che in pochi anni hanno ricostruito il giro d’affari del clan Luongo-D’Amico, la cosca nata da una costola dei Mazzarella, che aveva deciso di allargare i propri orizzonti tra Portici e San Giorgio a Cremano, due città rimaste senza boss per via degli arresti dei principali esponenti delle famiglie dei Troia e dei Vollaro (fino a quel momento egemoni). Il clan Luongo-D’Amico, che secondo l’Antimafia è retto dal boss Umberto, uno dei 34 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emesso dal gip di Napoli, Chiara Bardi, alcuni giorni fa, è stata decapitato anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni chiave di un giro d’affari milionario e basato – secondo quanto ricostruito dagli investigatori – sul giro di estorsioni ai commercianti della zona, sull’usura e sullo spaccio di sostanze stupefacenti che era ormai appannaggio degli esponenti della nuova organizzazione criminale che da Napoli aveva deciso di mettere le radici in provincia. Nelle oltre 750 pagine di ordinanza ci sono nomi e dichiarazioni di numerosi pentiti, per lo più ex soldati del clan Rinaldi – in guerra con i Mazzarella dalla metà degli anni novanta – ma sono le parole di Umberto D’Amico e Luigi Gallo. Il primo è stato esponente chiave della cosca napoletana, coinvolto nell’omicidio di Luigi Mignano, è stato per mesi un personaggio chiave dell’omonimo clan; il secondo è un ex soldato del clan Rinaldi, passato poi a “servire” i boss della famiglia D’Amico prima di finire in manette e poi decidere di passare dalla parte dello Stato. «Comanda Umberto a San Giorgio a Cremano, e ora anche a Portici, è il referente per Salvatore D’Amico di tutta la zona», spiegherà Gallo nel corso di un interrogatorio nel dicembre del 2018. Parole che gli inquirenti ritengono sin dal primo momento attendibili. «Ha preso parte ad azioni di fuoco a San Giovanni, si occupava di piazze e di estorsione». In un altro interrogatorio Gallo continuerà a parlare del ruolo di Umberto Luongo, l’uomo indicato come il boss della nascente cosca che operava tra San Giorgio a Cremano e Portici. «Ha aperto delle piazze di spaccio a Portici, fanno droga ed estorsioni. E’ una sola cosa con il clan D’Amico».Parlerà di Umberto Luongo anche Umberto D’Amico che agli inquirenti nel corso di un interrogatorio dell’agosto del 2019 svelerà tutti gli affari gestiti dal clan D’Amico: «Operano a San Giovanni a Teduccio, Portici, San Sebastiano al Vesuvio e San Giorgio a Cremano. – dirà alle forze dell’ordine uno dei pentiti eccellenti dell’inchiesta – A San Giovanni c’ero io, a San Giorgio e Portici Umberto Luongo e a San Sebastiano Giovanni Musella». Dichiarazioni chiave per l’Antimafia per costruire il castello d’accuse che mercoledì scorso, all’alba, ha fatto scattare gli arresdti per il nuovo boss di San Giorgio a Cremano e per altre 33 persone ritenute vicine al sodalizio criminale che aveva messo le mani sulla provincia.

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