Tiziano Valle

Castellammare, lettera del killer di Gino Tommasino: «Spero di avere un’altra chance»

Tiziano Valle,  

Castellammare, lettera del killer di Gino Tommasino: «Spero di avere un’altra chance»

E’ stato uno dei killer del clan D’Alessandro. Ha ucciso. E’ stato condannato a 30 anni di carcere per l’omicidio del consigliere comunale Gino Tommasino. E’ detenuto dal 2009. Ma ora sogna una nuova vita. Catello Romano, l’unico di quel commando che ha deciso di non collaborare con la giustizia, ha affidato i suoi “sogni” a una lettera inviata al quotidiano “Il Dubbio”. Una missiva per sottolineare – a suo avviso – come “la società non sia matura per accogliere il cambiamento di chi si è macchiato di gravi reati”. Catello Romano si definisce un “ospite” dello Stato e la sua idea di scrivere una lettera è maturata dopo la nomina di Pietro Ioia, ex detenuto, a garante dei diritti dei detenuti. Una decisione del sindaco di Napoli De Magistris che in lui ha suscitato “commozione”, mentre nei sindacati di Polizia Penitenziaria e magistrati non poca indignazione. Per questo motivo Catello Romano, oggi 29enne, ha deciso di raccontare la sua storia. “La commozione” è dovuta al fatto che “29enne e detenuto da 10 anni e con in vista un rilascio per quando ne avrò circa 45 – con buona pace dei proclamanti “pene certe, perché in Italia nessuno ci va in galera”, oppure s’immagina “porte girevoli” – Ho pensato: “Ma allora mi sono sbagliato la società in cui vivo è matura per scelte del genere, posso ancora rientrarvi e svolgere ad esempio la professione di avvocato oppure di docente universitario, il mio sogno nel cassetto”. E invece no!”. Il fatto che in tanti siano insorti di fronte a quella nomina fa credere a Romano che “sarò un appestato per sempre, degno solo del biasimo e della censura, da tenere alla larga, lontano dal consorzio umano perché è già tanto che mi si è lasciato sopravvivere e non invece marcire in galera buttando via la chiave. Fatto sta che io in galera sto marcendo già e da quando non avevo manco la barba”. Questo, l’unico passaggio della lettera in cui Romano fa accenno al suo passato da killer di camorra: “Me la sono cercata e merito la pena che pertanto sconto, com’è giusto che sia, e lo faccio con piene consapevolezza e responsabilità – poi aggiunge – Eppure, contro ogni logica visione di recupero sociale del condannato, contro ogni ragionevole e doveroso interesse a ciò, nell’interesse di tutti, nessuno si è mai peritato di chiedermi: ma le cosa vuole fare da grande? Ha un sogno, un progetto per il suo domani?”. Romano spiega che utilizza questi termini “ perché sono entrato in carcere appena compiuti i 19 anni d’età, quindi  poco più che un ragazzino, ed ora sono ( quasi) un uomo, dunque ho dei sogni, come chiunque altro. Ma forse è proprio qui il punto, ovvero che secondo alcuni non c’è poi da tanto da interrogarsi e preoccuparsi del futuro di uno se questi ha ucciso ( come nel mio caso), oppure rapinato, estorto od anche “solo” rubato per necessità, in barba a tutti i principi della Carta e delle recentissime sentenze della Consulta sul diritto alla speranza od anche al semplice buon senso – scrive il killer –  Una volta finiti in carcere, nel nostro paese, od anche solo raggiunti da un avviso di garanzia, si è finiti socialmente, ci si figuri per chi, come me, s’è macchiato di crimini tanto gravi, e la sciagura e lo stigma si estendono a cerchi concentrici su familiari e non”. Catello Romano chiede una seconda possibilità. Quella che non potranno mai avere le persone che ha ucciso.

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