Minacce al pm Antimafia: «Sei un morto che cammina»

Salvatore Piro,  

Minacce al pm Antimafia: «Sei un morto che cammina»

TORRE ANNUNZIATA – «Vi ucciderò poco alla volta, facendovi soffrire come un cane. Sarò il vostro incubo peggiore. Siete un morto che cammina». Minacce di morte al pm Antimafia, inchiodato il rampollo del terzo sistema. Antonio Longobardi alias Antò, il nipote del ras dei Gionta Nicola Balzano “Alfasud”, è stato nuovamente iscritto nel registro degli indagati. A procedere contro il nipote del ras, ritenuto tra i sette rampolli del cosiddetto terzo sistema di camorra di Torre Annunziata, è stavolta la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

Minacce al pm Antimafia: «Sei un morto che cammina»C’è infatti di mezzo un magistrato. In questo caso l’accusa è pesantissima. Il rampollo della nuova cosca cittadina ha spedito una lettera minatoria al magistrato della Dda di Napoli, Claudio Siragusa. E’ il 20 luglio del 2018. Antonio Longobardi – che sta scontando in carcere una condanna di secondo grado alla pena di 6 anni e 8 mesi per associazione per delinquere di stampo mafioso – forse in preda a un raptus prende carta e penna. Sospira, poi dalla cella di Ariano Irpino scrive: «Io da qui dentro prima o poi dovrò uscire. Quando sarà il momento vi verrò a cercare…e tanto avrò pace quando vi ho trovato, vi ucciderò poco alla volta, facendovi soffrire come un cane. Io vi toglierò la vita, dott. Siracusa. Siete un morto che cammina».

Destinatario delle minacce di Antonio Longobardi è il sostituto procuratore della repubblica presso la direzione distrettuale Antimafia di Napoli, Claudio Siragusa. Sette giorni dopo quella lettera è sul tavolo della sua scrivania. Da qui, infine, l’avvio delle indagini e l’ultima accusa spiccata contro il nipote del ras dei Gionta Nicola “Alfasud”. Claudio Siragusa è lo stesso magistrato al quale, nel 2016, trascorsi appena 6 mesi dal blitz col quale i carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata decapitarono il terzo sistema di camorra, Antonio Longobardi detto Antò richiese un colloquio riservato presso il carcere di Secondigliano.

Una scelta che dagli ambienti della “mala”, forse non solo oplontina, fu interpretata come la volontà di Longobardi di pentirsi e di collaborare con la giustizia. Svelando agli inquirenti possibili dettagli sulla nascita e sulle modalità organizzative del terzo sistema di camorra, il neonato gruppo criminale con a capo Domenico Ciro Perna e formato dagli ex rampolli degli storici clan Gionta e Gallo-Cavalieri. In totale sette componenti. Tutti condannati a marzo, in secondo grado, a pene per complessivi 57 anni di carcere.

La presunta collaborazione di Longobardi durò tuttavia meno di un mese. Il 2 febbraio del 2017, il nipote del ras scrisse infatti una seconda lettera al pm antimafia Claudio Siragusa: «Ho cambiato idea, non sono pentito. E’ stato un momento di debolezza». Forse dettata dalla lontananza da moglie e figli, la prospettiva poi di una condanna da scontare in carcere. Poche righe che però non avrebbero evitato a Longobardi un feroce raid punitivo in carcere. Raid, avvenuto lo scorso 6 ottobre nella casa circondariale “Antimo Graziano” di Bellizzi Irpino, a seguito del quale Antonio Longobardi venne quasi ucciso in cella. Perchè colpito con violenza e alle spalle da un manipolo di altri nove detenuti, che agirono con uno sgabello.

A salvare Antonio Longobardi fu l’intervento delle guardie penitenziarie, che lo raccolsero in una pozza di sangue. Nonostante fosse la vittima designata del raid, Antonio Longobardi è stato rinviato a giudizio con l’accusa di rissa insieme a tutti i protagonisti di quel brutale agguato. E ora il nipote del ras rischia un altro processo. Stavolta per le minacce di morte a un magistrato.

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