Il terrore di Massimo, il trapianto di fegato che non arriva mai

Elena Pontoriero,  

Il terrore di Massimo, il trapianto di fegato che non arriva mai

Massimo Frinquelletto ha bisogno di un trapianto di fegato, ma è rimasto incastrato in una trafila burocratica che è diventata quasi una condanna a morte. «Lei ha massimo 18 mesi di vita». Una sentenza con cui convive Massimo Frinquelletto, 47 anni, di Santa Maria la Carità, tecnico della Tim, ormai non più autosufficiente. Il suo corpo è una bomba pronta ad esplodere. A disinnescare quella miccia letale c’è Carolina, la sorella destinata a condividere con lui un incubo senza fine. Due anni di via crucis negli ospedali per arrivare a oggi senza neanche la possibilità di essere inserito nella lista dei trapianti urgenti. Di tempo ce n’è relativamente poco e le condizioni di salute di Massimo continuano a peggiorare. «Ho sempre saputo di essere affetto da un’epatite di tipo B ma riuscivo a tenerla sotto controllo – racconta a Metropolis Massimo – Tutto si è complicato quando ho avuto una forte colica e sono finito al pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare di Stabia. Tornato a casa ho faticato a riprendermi del tutto, anzi non ne sono uscito più perché la patologia si è ulteriormente aggravata a causa di varici esofagee. Ho avuto un’esplosione interna e vomitavo sangue. Se oggi sono qui lo devo a mia sorella, una roccia e una guerriera, che sta combattendo una dura battaglia contro l’immobilismo degli istituti sanitari. Produciamo soltanto documenti senza avere risposte concrete. Intanto aspettiamo, cosa? – si chiede esasperato Massimo – La mia pancia cresce a dismisura e periodicamente sono costretto a sottopormi alla paracentesi, ovvero la rimozione di liquido dalla cavità peritoneale per mezzo di una piccola incisione chirurgica praticata direttamente sulla zona addominale. In un anno sono passato dalla formazione di 4-5 litri a circa 16 litri di oggi, di accumulo di liquidi». Non è semplice per Massimo e Carolina Frinquelletto avere ancora fiducia, avere la forza di tentare una nuova strada. «Dopo gli accertamenti presso il reparto di Epatologia di Gragnano, siamo partiti per Pisa: era giugno del 2018 – ricorda Carolina, ora assistente, infermiera e badante del fratello – Massimo è stato operato per la disostruzione delle vene collegate al fegato. Ma il percorso verso il trapianto era appena all’inizio. Ci sono tre step da superare prima di arrivare in sala operatoria. Il problema è stato quando dall’ospedale di Pisa ci chiedevano documentazioni che avremmo dovuto portare di persona. Viaggi difficili per mio fratello. Ci abbiamo provato, ma ci siamo arresi per il dispendio di denaro, che non abbiamo, e lo stress a cui Massimo era sottoposto. Abbiamo saputo che anche il più importante ospedale di Napoli, il Cardarelli, era specializzato nei trapianti di fegato. Da qui è cominciato il calvario». Carolina Frinquelletto, 54 anni, ha rinunciato a tutto, al lavoro e alla sua stessa vita per sostenere suo fratello Massimo, lasciato fuori da un programma sanitario di cui necessita. Massimo è fuori dalla lista dei trapianti nonostante è evidente e certificato che il suo fegato potrebbe presto smettere di funzionare. Il 47enne si è sottoposto a una serie di accertamenti infiniti, non ultimi quelli richiesti dal Cardarelli. «Siamo arrivati a luglio del 2019 e dopo una serie di peripezie – sottolinea Carolina, stringendo la mano di Massimo – mio fratello è stato visitato dai luminari dell’ospedale Cardarelli. La risposta è stata: bisogna procedere con il “gruppo diagnostico”. Sono degli accertamenti specifici che abbiamo effettuato. Tutti. Nel frattempo Massimo continuava a sottoporsi allo svuotamento dei liquidi nell’addome, presso l’ospedale di Gragnano. Nonostante i mille e più sacrifici, oltre a essere totalmente soli, ci siamo fatti coraggio e abbiamo atteso una risposta che non ci è mai arrivata. A dicembre 2019, infatti, il caso di Massimo avrebbe dovuto rientrare nelle priorità del Cardarelli con un’accelerazione sul trapianto di fegato. Ho atteso la fine delle festività natalizie per poi contattare il reparto di Epatologia del Cardarelli. Nessuna risposta. L’unica certezza che ci è stata data è quella di ripetere gli accertamenti e rifare il gruppo diagnostico. Un paradosso. Noi restiamo qui, attendendo un nuovo fegato o la morte». Due fratelli soli, senza lavoro e senza più certezze. Il tempo scorre e il fegato di Massimo cerca di resistere, nonostante il corpo dell’uomo sia oramai al collasso.Elena Pomtoriero

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