Castellammare, l’Antimafia chiede 150 anni di cella per il clan Imparato

Ciro Formisano,  

Castellammare, l’Antimafia chiede 150 anni di cella per il clan Imparato

Rischiano condanne per 150 anni di carcere complessivi gli undici imputati coinvolti nell’inchiesta sul clan Imparato, la dinastia criminale specializzata nello spaccio di droga attiva nel rione Savorito, il quartiere reso celebre dal famoso falò contro i pentiti. Ieri mattina, al termine del processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta che qualche mese fa ha travolto boss, gregari, fiancheggiatori e pusher, il sostituto procuratore dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta – il pm che in questi anni ha messo in ginocchio la camorra stabiese – ha chiesto condanne durissime per gli esponenti di quell’organizzazione ritenuta una costola operativa del più ricco e potente clan D’Alessandro.Il pm, a dispetto della scelta degli imputati di optare per il rito alternativo, ha invocato pene esemplari per i presunti capi della famiglia nota come i “Paglialoni”. Ventuno anni di carcere è la pena richiesta per Salvatore Imparato, soprannominato “totore ‘o paglialone”, considerato figura di spicco dell’organizzazione e regista delle attività illecite poste in essere dal clan. Stesso ruolo riconosciuto anche a suo fratello, Michele Imparato, per il quale il pm ha chiesto 20 anni di reclusione. Pene severe invocate anche per Nicola Capasso (18 anni di reclusione) e per Giovanni Di Maio, alias ‘o topo, per il quale l’accusa ha invocato una condanna a 16 anni di carcere. A seguire i 12 anni a testa richiesti per Gregorio Cesarano, alias “o criolo”, Ciro Amodio, detto “caramella”, Giovanni Longobardi soprannominato ‘o malomm, Francesco Massa, noto come “faruk” e Silvio Onorato. A chiudere il cerchio le figure marginali dell’indagine con i 3 anni richiesti per Catello D’Auria e i 4 anni per Pasquale Cabriglia.Gli imputati devono rispondere, a vario titolo, delle accuse di estorsione, detenzione di armi e spaccio di sostanze stupefacenti. Reati aggravati, in talune circostanze, dall’aver agito per favorire l’associazione mafiosa dei D’Alessandro. Sono tutti stati coinvolti nell’inchiesta che il 9 settembre scorso ha portato all’arresto di 9 persone.L’ordinanza di custodia cautelare scaturisce da un’articolata indagine – partita nel 2015 – sugli affari della famiglia Imparato ritenuti il braccio operativo, nel campo del traffico di stupefacenti, del clan D’Alessandro. Dall’inchiesta è venuta fuori una tentacolare attività estorsiva. Racket che veniva riscosso sia sotto forma di denaro che di forniture a carico di diversi imprenditori del territorio. Nel corso delle indagini è stata anche smantellata una florida “piazza di spaccio” nel quartiere stabiese del rione Savorito. Una impresa criminale che aveva al suo servizio pusher, custodi e vedette. Spacciatori che controllavano il territorio utilizzando delle bici elettriche. Secondo quanto emerso dagli accertamenti della Dda, l’organizzazione aveva anche la disponibilità di diverse armi da fuoco. Dai racconti dei collaboratori di giustizia un tempo vicini alla camorra stabiese è anche venuto fuori lo stretto legame d’affari instaurato tra gli Imparato e i D’Alessandro. La cosca di Scanzano, infatti, avrebbe avallato i business di quelli del Savorito in cambio di una lauta tangente mensile sugli introiti dell’attività di vendita al dettaglio di stupefacenti. A capo del gruppo, secondo gli inquirenti, ci sarebbero Michele e Salvatore: entrambi arrestati nel blitz di settembre. Le indagini hanno anche sottolineato la potenza economica del gruppo. Un’organizzazione che sarebbe stata capace di inquinare l’economia pulita arrivando a gestire, in regime di monopolio, alcuni settori imprenditoriali attraverso l’utilizzo di prestanome. Nella prossima udienza toccherà al collegio difensivo portare all’attenzione del giudice le proprie tesi. Poi ci sarà la sentenza. Il primo atto del processo che vede alla sbarra, tra gli altri, i presunti boss di quel rione diventato celebre per il falò contro i collaboratori di giustizia. Falò realizzato pochi giorni dopo un altro blitz: la mega-operazione “Olimpo” che ha portato all’arresto di boss e imprenditori ritenuti legati ai D’Alessandro.

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