Faito, la fabbrica dimenticata: il clan ostacolava gli imprenditori

Tiziano Valle,  

Faito, la fabbrica dimenticata: il clan ostacolava gli imprenditori

Per rilevare e rilanciare la stabilimento dell’ex Aranciata Faito bisogna fare i conti con la camorra. O almeno – secondo quanto racconta il pentito Renato Cavaliere – è stato così negli anni scorsi. La storica industria, dove per decenni si sono prodotte bibite diventate un simbolo per Castellammare di Stabia, era tenuta sotto osservazione dal clan D’Alessandro e l’eventuale compravendita di quell’area sarebbe dovuta passare per il placet di Scanzano.Un retroscena che spunta fuori dai verbali inediti dell’ex killer Renato Cavaliere, ora collaboratore di giustizia.In un verbale del 2015, davanti ai magistrati dell’Antimafia, il pentito racconta un retroscena che risale a sette anni prima. E’ il 2008 quando il clan viene a sapere di imprenditori intenzionati a rilevare quell’area del rione Savorito, alla periferia di Castellammare di Stabia. Secondo il collaboratore di giustizia è il boss Paolo Carolei, attualmente detenuto, a ricevere la notizia e a riportarla a Scanzano, per concordare quali richieste avanzare all’imprenditore che vuole acquistare l’ex stabilimento dell’Aranciata Faito.«Paolo Carolei ha parlato con Vincenzo D’Alessandro anche di questa struttura», comincia il racconto di Renato Cavaliere «su quel territorio c’erano gli Imparato che erano affiliati al clan D’Alessandro, per conto dei quali controllavano la zona – continua – Le estorsioni piccole venivano prese dai soggetti che, per conto del clan, gestivano le diverse zone per mantenere i loro affiliati. Le estorsioni per i lavori più grossi venivano gestite direttamente dal clan, che destinava una quota ai capi zona». Un introduzione necessaria quella che fa il pentito della cosca di Scanzano per spiegare come si sarebbe proceduto in merito allo stabilimento del rione Savorito. «Sulla struttura dell’Aranciata Faito agli Imparato spettavano una quota e i posti di lavoro – spiega Renato Cavaliere – Il clan infatti prendeva, oltre ai soldi per la compravendita e per la costruzione, un certo numero di posti di lavoro sull’attività che dopo l’esecuzione dei lavori sarebbe iniziata».Uno spaccato inquietante quello che rivela il collaboratore di giustizia, perché gli eventuali imprenditori che avrebbero dovuto investire sulla struttura dismessa di fatto sarebbero dovuti scendere a patti con il clan: pagando una percentuale sul prezzo della compravendita, un’estorsione sugli interventi di ricostruzione e infine garantendo posti di lavoro alla cosca.«All’acquisto della struttura dell’Aranciata Faito era interessato anche (…) e Paolo Carolei ci sarebbe andato a parlare», spiega il pentito facendo il nome di uno degli imprenditori che a suo avviso erano interessati all’area.Tra l’altro non si trattava nemmeno dell’unica fabbrica dismessa sulla quale Scanzano aveva messo gli occhi, perché nel mirino c’era pure l’ex Cirio. «Vincenzo D’Alessandro ha detto che ci saremmo presi il passaggio di proprietà, ci saremmo presi i posti di lavoro mettendo le nostre ditte e, dopo l’esecuzione dei lavori, ci saremmo presi anche il parcheggio dell’area della Cirio ed i posti di lavoro», racconta Renato Cavaliere, confermando come la camorra stabiese controlli come una piovra tutto ciò che ruota attorno all’economia di Castellammare.

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