Tiziano Valle

Dramma a Castellammare: «Papà lavora nell’area Covid Sta male da 9 giorni: aiutatelo»

Tiziano Valle,  

Dramma a Castellammare: «Papà lavora nell’area Covid Sta male da 9 giorni: aiutatelo»

Ha servito pasti ai pazienti in attesa di tampone e fatto le pulizie in quelle stanze dove si vive nel limbo tra l’incubo di aver contratto il Coronavirus e la speranza che si tratti solo di un sospetto. Ha lavorato con passione e coraggio, come sempre da decenni assieme a tutti quegli angeli in camice bianco che stanno assistendo persone nel pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. Purtroppo si è ammalato, un’influenza che non gli dà tregua da nove giorni, spesso accompagnata da tosse. Nonostante il rischio che possa aver contratto il virus Covid 19 sia alto, non gli è stato ancora fatto il tampone. E’ la storia di un sessantaseienne operatore socio assistenziale dell’ospedale di Castellammare di Stabia e lanciare l’allarme è sua figlia Filomena: «Chi tutela i cittadini che svolgono un’attività divenuta pericolosa per sé e per i propri familiari? E soprattutto, cosa dobbiamo aspettare prima che sia fatto il tampone?», chiede lanciando un sos. Dal suo racconto emerge tutta la preoccupazione di una figlia che teme per la salute del suo papà e dell’intera famiglie, finita in un vero e proprio vortice di paura: «Mio padre ha 66 anni e lavora presso l’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia come Osa (Operatore socio assistenziale) – spiega Filomena – Come tanti in questo periodo difficile non si è tirato indietro ed ha continuato a lavorare, nonostante la paura e, diciamo la verità, la scarsità di misure di protezione per il personale». Una denuncia che più volte è stata ribadita in queste settimane anche dai sindacati. «Domenica 15 marzo, come sempre, era di turno – riprende il racconto di Filomena – In ospedale quel giorno c’erano due persone che aspettavano l’esito del tampone, arrivato solo dopo alcuni giorni. Quelle due persone sono risultate positive al Covid 19». Insomma, l’operatore socio sanitario è stato a contatto con persone che poi sono risultate infette: «Armato di guanti e mascherina, come tanti suoi colleghi, mio padre ha fatto il suo dovere, servendo i pasti e facendo le pulizie nelle camere, anche dopo che i soggetti infetti sono stati trasferiti in altre struttura», conferma la figlia. Ma i problemi cominciano qualche giorno dopo: «Mio padre ha cominciato a stare male con febbre a 38 – racconta Filomena – Ha chiamato il medico di fiducia, che gli ha detto di stare in isolamento domiciliare. Alcuni dei suoi colleghi ora sono nella stessa situazione, ma nessuno è stato sottoposto a tampone». Una vicenda assurda perché quella degli operatori socio assistenziali, assieme a medici, infermieri e personale del 118, è una delle categorie più esposte e a rischio contagio in questo particolare periodo di emergenza. Nonostante le precauzione stare a contatto con persone che hanno contratto il virus può essere pericoloso per gli stessi operatori sanitari. «Sono ormai 8 giorni che mio padre sta male. E nessuno, e sottolineo nessuno, ha preso qualche iniziativa a riguardo – conclude Filomena – Siamo completamente abbandonati a noi stessi. Allora mi chiedo. Chi tutela i cittadini che svolgono un’attività divenuta pericolosa per sé e per i propri familiari? E soprattutto, cosa dobbiamo aspettare prima che sia effettuato il tampone? Chi corre dei rischi per aiutare gli altri facendo il suo lavoro dovrebbe essere protetto e non abbandonato a se stesso».

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