La lettera del vescovo di Pompei affidata a Metropolis: «Cari fedeli, la Risurrezione sta nei “noi” che cancella l’io»

Tommaso Caputo,  

La lettera del vescovo di Pompei affidata a Metropolis: «Cari fedeli, la Risurrezione sta nei “noi” che cancella l’io»

Cari fratelli e sorelle,

ci stiamo avvicinando alla santa Pasqua che quest’anno, a causa dell’emergenza coronavirus, vivremo in un modo del tutto inedito. È doloroso e davvero innaturale vedere vuoti i banchi del Santuario di Pompei, di solito gremiti di fedeli che accorrono per pregare nella casa di Maria. In giorni normali la preghiera di migliaia di persone si unisce al silenzio del raccoglimento e della meditazione. Si è quasi rapiti dalla bellezza che sembra dimora naturale del dialogo con Dio, dinanzi a cui ci accompagna per mano la Vergine. Anche ora, in questi giorni di prova inattesa, il silenzio riempie le navate del Santuario, ma è il silenzio del vuoto, dell’assenza, dell’amarezza e della mestizia. Se ci limitassimo a questa considerazione, però, saremmo come quei cristiani che si fermano al Venerdì Santo, coloro per cui Gesù, il Signore, muore, ma non risorge. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo un tempo misterioso e difficile. La morte e la malattia di tanti nostri fratelli, così come la sofferenza dei loro familiari, toglie il fiato e spezza il cuore. Commuovono le storie personali di chi chiude gli occhi a questo mondo nella solitudine, senza nemmeno la consolazione di stringere le mani di una persona cara. Commuove il dolore dei familiari che perdono un padre, una madre, un fratello o una sorella, uno sposo o una sposa, senza avere la possibilità di stare loro vicino. Commuove l’impegno di medici, infermieri, operatori sanitari, forze dell’ordine, amministratori, commessi dei supermercati, operai delle fabbriche che producono strumentazione medica o oggetti indispensabili in questa fase emergenziale. Li chiamano eroi, ma sono persone semplici, che non vedranno il loro nome sui giornali, ma lavorano ogni giorno a servizio della comunità rischiando la propria vita. È la santità dell’ordinario, nascosta eppure ben visibile agli occhi di Dio. Il Santuario di Pompei, per volontà del suo fondatore, il Beato Bartolo Longo, è luogo della fede e della carità, ma è anche casa della speranza. E proprio da questa terra benedetta non può che levarsi un invito a guardare, mal- grado il presente, la luce che è all’orizzonte. Non saremo mesti per sempre! Nella Messa della Domenica di Pasqua, leggeremo questo racconto, tratto dal Vangelo secondo San Giovanni: «Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”». Nessuna pietra è così pesante da non poter essere rimossa dal Signore della vita, che ci ha creati per la gioia e non per la tristezza né per il lutto. Nessuna notte è così buia da non poter vedere l’alba. Non passerà molto tempo e verrà il giorno in cui spalancheremo di nuovo le porte del Santuario ai devoti della Ma- donna di Pompei e pregheremo tutti insieme Dio per le vittime dell’epidemia, per la consolazione dei loro familiari, perché dia all’Italia e a tutte le nazioni colpite la forza di rialzarsi. Uomini e donne non verranno in Santuario camminando, ma correndo, come Maria di Magdàla che, di buon mattino, trovando il sepolcro vuoto, corse ad avvisare Pietro e Giovanni. E verranno insieme perché un insegnamento che possiamo trarre da questo tempo di sofferenza è che siamo tutti fratelli, l’uno legato all’altro. Ci sarà vera risurrezione dell’umanità se avremo il coraggio di non dire più “io”, ma “noi”. Dobbiamo scolpire nella nostra mente le parole che Papa Francesco ha pronunciato lo scorso 27 marzo quando, sotto la pioggia, in una Piazza San Pietro immensa e vuota, ha detto, riferendosi alla pandemia da coronavirus: «Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». È nel “noi” che mette da parte “l’io” la vera Risurrezione!

Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato di Pompei Delegato Pontificio per il Santuario

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