Andrea Ripa

Salvatore, il fujente scalzo: «Dopo 50 anni, non entrerò al Santuario. La Madonna dell’Arco cancelli il Covid»

Andrea Ripa,  

Salvatore, il fujente scalzo: «Dopo 50 anni, non entrerò al Santuario. La Madonna dell’Arco cancelli il Covid»

«Seguo la Madonna da cinquant’anni e il solo pensiero di non poter entrare al Santuario mi fa star male». Gli occhi di Salvatore Fabbricino guardano verso l’alto. La voce trema mentre racconta mezzo secolo di vita passato con la fascia azzurra sul petto e la maglietta bianca a cantare cori religiosi. E’ uno dei tantissimi fujenti che ogni anno, il giorno di Pasquetta, si radunano per il mistico pellegrinaggio al Santuario di Sant’Anastasia. Un rito che quest’anno non si terrà, perché la chiesa sarà chiusa al pubblico per l’emergenza Coronavirus e visto il diffondersi del contagio in città anche l’area sarà blindata nei giorni di festa. Gli effetti del Covid-19 avranno inevitabili ripercussioni an- che sull’universo cattolico, un mondo formato da milioni di persone che da settimane non possono più recarsi in chiesa. Ed anche gli storici riti vengo- no annullati uno dopo l’altro. E i fujenti – coloro che fuggono e sono devoti alla Madonna che in passato ha fatto loro una grazia – non sfileranno per le strade della provincia. Una tradizione che si tramanda da secoli interrotta. Né il giorno dopo Pasqua e probabilmente neanche per il giorno “dell’Ottava”. Anche Salvatore che ogni anno parte da Napoli, dal quartiere Barra, per raggiungere il santuario di Sant’Anastasia dovrà restare a casa. Lui come le centinaia di persone che ogni anno si muovono dal quartiere per raggiungere il Santuario per chiedere una grazia alla Vergine. La tradizione dei fujenti fa registrare a Sant’Anastasia oltre un milione di visitatori per la festa del Lunedì in Albis. «Per me è tremendo, avevo sei anni quando ho fatto il mio primo pellegrinaggio. Oggi ne ho 56 e non ne ho mai saltata una. Sto male, non ci dormo la notte. E’ come se non potessi andare a casa di mia mamma», confida a Metropolis. Nella sede dell’associazione restano i fiori e le candele davanti al quadro della Vergine. «Non recitiamo neanche più il Rosario insieme. Ognuno lo fa da casa sua adesso. Vedere la nostra associazione vuota, con le porte chiuse. E’ l’ennesimo colpo al cuore». Ma stavolta è andata così, bisognerà “arrangiarsi” e il Lunedì in Albis pregare la Madonna resterà uno dei tanti giorni uguali che da settimane si ripetono nella monotonia delle quattro mura di casa. «Se penso che un anno fa in questi giorni davo le indicazioni a tutti i ragazzi dell’associazione su quello che dovevamo fare, mi viene da piangere. In questo periodo decidevamo le fasce da mette- re, i vestiti da indossare. Poi la banda, lo stendardo. Ora non faremo niente. Ma non sarà il virus a fermare la nostra fede per la Madonna dell’Arco», spiega Salvatore Fabbricino. La sua è una delle tante sto- rie legate al Santuario di Sant’Anastasia, una fede che va oltre l’immaginabile. Che ogni si rafforza. E che neanche l’emergenza per il Coronavirus può scalfire. «Prego sempre per la Vergine, non uscire in processione è brutto perché c’erano tante cose in program- ma. Ma se restare a casa ci può salvare la vita, sono sicu- ro che è la cosa migliore da fare». L’appuntamento con la Madonna dell’Arco è soltanto rinviato. «A quando finirà quest’emergenza, spero presto perché per noi fujenti il pellegrinaggio verso il Santuario è anche un viaggio che facciamo interiormente. Ecco perché assume una doppia importanza. Non è soltanto folklore come qualcuno vuol far credere». C’è dell’altro, lungo la strada verso Madonna dell’Arco si incrociano storie, passioni, preghiere e drammi di migliaia di famiglie. Spesso simili tra loro. La fascia che Salvatore con orgoglio porta sul petto è chiusa in un cassetto, piegata con cura. Ma non per troppo tempo. «Appena potremo scendere di nuovo in strada già so quello che farò: andare dalla Madonna per ringraziarla».

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