Fincantieri, operaio dell’indotto sfrattato con moglie e tre figli: «Aiuto, non so come fare»

Elena Pontoriero,  

Fincantieri, operaio dell’indotto sfrattato con moglie e tre figli: «Aiuto, non so come fare»

Ha dovuto lasciare la casa in cui era in affitto dopo un litigio con i proprietari. Ha 35 anni, R.F., ed è un lavoratore dell’indotto di Fincantieri. Originario di Castellammare, vive a Santa Maria la Carità da diversi anni con sua moglie e tre figli piccoli. “Ero in ritardo di una settimana con l’affitto – racconta l’operaio a Metropolis  – ma solo perché la cassa integrazione non è stata ancora pagata. Eppure, ieri mattina, i proprietari dell’appartamento mi hanno detto che dovevo andarmene”.Il giovane operaio che non ha intenzione di darsi per vinto ha anche scritto una lettera al sindaco di Santa Maria la Carità, Giosuè D’Amora ed è intenzionato ad andare fino in fondo, facendo valere le sue ragioni anche in Tribunale. “Il 13 marzo ho perso il lavoro al cantiere, sono in cassa integrazione che ancora devo percepire.  Nel mese di marzo su 530 euro di fitto ho potuto pagare solo 300 non avendo altro” il racconto di dolore e di dignità di un operaio che, per colpa della pandemia, non riesce a portare uno stipendio a casa. Si rivolge al primo cittadino: “Chiedo a lei di non essere abbandonato: i miei figli hanno paura dei proprietari di casa, hanno paura anche di uscire fuori al balcone. Non cerco sostegni dal comune ma solo di darmi una mano a far finire quest’incubo. Tutto per un fitto che devo saldare entro questo mese, cosa che farò appena riceverò la cassa integrazione” le parole dell’operaio. In lacrime ha descritto lo stato di tensione che sta vivendo. Da un lato il diritto dei proprietari di ricevere quanto stabilito, dall’altro la paura di una famiglia che vorrebbe solo vivere in pace. “Ho il più piccolo dei miei figli, quello di sei anni che non parla più da Pasqua. Ieri mattina ho chiamato anche i carabinieri di Sant’Antonio Abate. I miei figli vogliono andare via da quest’incubo” scrive l’operaio di una delle ditte dell’indotto. Che chiede anche l’intervento degli assistenti sociali. “Io non posso difendermi in alcun modo avendo sbagliato in passato la legge mi darebbe torto, ora siamo segregati in casa. I proprietari hanno 2 fitti come caparra se li possono anche tenere voglio andare via, i miei figli vivono nell’ansia e nell’angoscia” il grido di dolore  dell’operaio originario di Castellammare di Stabia.Che da ieri si è trasferito presso l’abitazione della suocera: “A piedi, rischiando, siamo arrivati a casa della mamma di mia moglie. Solo così ho potuto restituire un po’ di serenità alla mia famiglia”. Lancia un appello alle istituzioni: “Aiutateci, questa storia può finire nel più peggiore dei modi. Vogliamo andare via ma nel frattempo vogliamo essere rassicurati da voi istituzioni che non ci accada nulla”.E’ un papà disperato che, a causa della pandemia ha dovuto rinunciare al lavoro: “Non dormo da 10 giorni – scrive rivolgendosi al sindaco – non ho nulla da dire sulla vostra organizzazione come macchina comunale” racconta l’operaio che spiega anche di aver ricevuto i buoni spesa e anche il pc per la didattica dei più piccoli.“In questi anni ho sempre pagato e ringraziato 530 euro di fitto. Ho tutte le ricevute di pagamento fino a marzo. Questo mese attendo la cassa integrazione e salderò tutto. Ma non possiamo essere trattati come delle bestie per un ritardo. E’ una vergogna”.

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