Troppi paletti e tanta paura, l’urlo dei ristoratori: «Rischiamo il crac, protocollo da rivedere»

Redazione,  

Troppi paletti e tanta paura, l’urlo dei ristoratori: «Rischiamo il crac, protocollo da rivedere»

Le linee guida per bar, pizzerie e ristoranti non convincono. E gli operatori – che dal 18 maggio potranno ripartire con il servizio a tavolo – sono in subbuglio. Sinora di atti ufficiali non ve ne sono. Non si sa quale dovrà essere la distanza tra un tavolo e l’altro, se sarà obbligatorio indossare dpi e se il cliente dovrà esibire un’autocertificazione. E la paura sale. «Ora ripartiremo con delivery e asporto, ma non può essere una soluzione per portare avanti la nostra attività» dice Pino Cioffi, titolare del ristorante Mammamia di Castellammare di Stabia. «Se prima c’erano 10 locali che facevano asporto o delivery ora ce ne saranno 20 e il lavoro si ridurrà per tutti. Con le restrizioni sul numero di posti a sedere, l’unica possibilità per salvare i ristoranti e i dipendenti è recuperare spazi per i tavolini».

«Riapriremo il ristorante per dare risposte anche ai dipendenti», aggiunge Pasquale Esposito proprietario di “C’è Posto per Te”, locale del rione Cmi. «La strada da seguire è quella della qualità – dice Esposito – L’emergenza ha cambiato abitudini e stili di vita e i clienti premieranno chi saprà differenziare l’offerta». «E’ una situazione complessa, noi siamo ripartiti con il servizio di consegna e di asporto. Certo, da lunedì dicono che potremmo riaprire. Ma a che condizioni? Quali regole? Quali protocolli?» fa notare Antonio Maturo, proprietario dello storico pub Maracanà a Castellammare.

A Torre Annunziata, Alfonso Contieri, titolare de “L’incrocio”, non riaprirà: «Voglio attendere prima di avventurarmi in una ripresa che avrà dei costi molto alti». E’ possibilista Pasquale Pappalardo, titolare del ristorante-pizzeria “La Barchetta” in viale Marconi. «Ho preparato il locale per ogni evenienza ma attendo determinazioni dal governo. Si parla di due metri di distanza tra un tavolo e l’altro. Dovesse essere così, ridurrò i tavoli da 130 a 80». Incertezza sui monti Lattari. «Vogliamo provarci – dice Vincenzo Esposito del ristorante Masseria Gabriele, al confine tra Sant’Antonio Abate e Santa Maria la Carità – La certezza è che non farò mai sedere i clienti in una scatola di plexiglass». Rimodulare gli spazi cercando di recuperare qualche seduta in più per accogliere i clienti è l’impresa difficile per la pizzeria La Bottegaccia di Casola di Napoli. «Siamo riusciti a recuperare appena il 20% dei coperti. Tenteremo anche questa, sperando che in qualche modo ci sia un ritorno alla normalità», si augura il gestore Paolo Di Ruocco. «Viviamo di questo. Per adesso neanche con l’asporto siamo riusciti a coprire le spese». «Il protocollo è severo ma bisogna ripartire» dice Giuseppe D’Auria, responsabile del ristorante e pizzeria Il Coniglio D’Oro di Lettere. «Da otto giorni abbiamo riacceso i forni della pizzeria, rispettando le direttive. Faremo lo stesso anche per il 18 maggio fissando due orari per pranzo e cena». Giuseppe Pignalosa, titolare della pizzeria Le Parule di vai Benedetto Cozzolino, aprirà lunedì tra dubbi e perplessità: «C’è troppa confusione. Siamo in attesa di capire che linee guida dobbiamo seguire. In ogni caso siamo fortunati perché abbiamo spazio e possiamo garantire la distanza tra i tavoli».

A Sorrento, il patron del locale “Acqu’e Sale”, Antonino Esposito, è perentorio: «I piccoli locali rischiano di morire definitivamente. Serve che le regole siano condivise con gli operatori. Eviterei la stupidaggine di schedare i clienti. Qui rischiamo di essere cornuti e mazziati, visto che gli aiuti da governo e Regione si sono rivelati insufficienti».

Francesco Schisano, presidente dell’associazione ristoratori sorrentini, sottolinea che «sul protocollo della ristorazione è doveroso rivedere qualcosa. Bisogna mettersi nei panni delle piccole-medie imprese. Senza turisti, larga parte dell’utenza verrà meno». Alessandro Russo, titolare de “Le tre arcate” di Piano di Sorrento, non usa mezzi termini: «L’unica soluzione “reale” nel breve periodo è la deroga degli spazi all’aperto, i quali in periodo estivo permettono un  basso impatto del distanziamento sia per  l’ospite  che per l’operatore. L’ alternativa  è non correre alla riapertura per  ridisegnare l’equilibrio gestionale del locale tra sedute possibili e altri vincoli da protocollo».

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