Ordini dal 41 bis: così il braccio destro di Cesarano imponeva il pizzo

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Ordini dal 41 bis: così il braccio destro di Cesarano imponeva il pizzo

Dal 41-bis non si potrà comandare. Ma si può comunque gestire, attraverso i colloqui, l’attività di usura. E’ uno dei retroscena choc che emergono dall’inchiesta che nei giorni scorsi ha travolto Nicola Esposito, alias ‘o mostro, capoclan dei Cesarano attualmente recluso nel braccio di massima sicurezza del carcere di Parma. Assieme a lui, tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale di Napoli, anche sua moglie, Annunziata Cafiero e il nipote di quest’ultima, Antonino Cafiero, che si è auto-consegnato dopo essersi reso irreperibile per circa 24 ore. Al centro dell’inchiesta condotta dai pm della Procura Antimafia Giuseppe Cimmarotta e Rosa Volpe un prestito con tassi da usura che il boss avrebbe concesso a un imprenditore di Castellammare di Stabia nel 2011, quando Esposito era ancor un uomo libero. In tutto 550.000 euro che il capoclan avrebbe consegnato, in varie tranche alla vittima. Il tutto in cambio di un’interesse del 10% mensile (5.500 euro al mese) e il pagamento, in un’unica soluzione, dell’intero importo prestato. Una formula che gli inquirenti hanno ribattezzato come “usura conto capitale”. Le indagini sul campo eseguite dai finanzieri di Castellammare e Torre Annunziata, coordinati dal colonnello Agostino Tortora e dal capitano Salvatore Della Corte, hanno fatto luce sul fatto che la vittima avrebbe pagato quella tassa mensile per oltre 9 anni. In tutto qualcosa come 600.000 euro. Poi, dopo la fine del lockdown la moglie del boss, diventata dopo l’arresto del marito la referente per la raccolta dei soldi, sarebbe tornata alla carica.

Ma dall’indagine emerge anche un altro particolare di non poco conto. Cioè che fino a dicembre dello scorso anno Esposito sarebbe stato perfettamente a conoscenza della gestione di quel prestito con tassi da usura concesso all’imprenditore. Al punto che della questione avrebbero parlato il boss e sua moglie nel carcere di Parma nel corso del colloquio mensile. Tutto registrato dall’Antimafia che ha portato al centro della richiesta di arresto a carico di ‘o mostro e di sua moglie pure quelle conversazioni. Secondo gli inquirenti i due, infatti, avrebbero più volte parlato dell’atteggiamento della vittima. Una prima volta a gennaio del 2019, una seconda a dicembre dello stesso anno. Nella prima conversazione – in seguito al pagamento avvenuto – i due si limitano a commentare serenamente l’atteggiamento della vittima. La seconda, invece, l’imprenditore non riesce a pagare e viene ricoperto d’insulti, secondo l’interpretazione delle conversazioni degli inquirenti, dalla moglie del boss di Ponte Persica. Che Esposito fosse costantemente informato sull’andamento di quella vicenda di usura è confermato, negli atti, anche dalle minacce che Annunziata Cafiero avrebbe rivolto alla vittima. Il 3 giugno del 2020, infatti, la moglie di Esposito avrebbe incontrato un parente della persona sotto usura comunicandogli – secondo la denuncia in mano alla finanza – che avrebbe riferito al boss i continui ritardi nei pagamenti. Il tutto a dispetto del fatto che Esposito fosse recluso al regime del carcere duro. Una misura estrema che però non sarebbe bastata a scalfire la capacità d’intimidazione del capoclan agli occhi delle sue vittime.

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