Castellammare. Terrore dopo l’omicidio Fontana, un ras di Scanzano temeva la vendetta: «Mi uccideranno»

Redazione,  

Castellammare. Terrore dopo l’omicidio Fontana, un ras di Scanzano temeva la vendetta: «Mi uccideranno»

Carmine Barba temeva che qualcuno volesse ucciderlo. Girava armato e per un periodo si barricò in casa. Le paure del ras del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia sono raccontate in un’informativa – farcita di omissis – allegata agli atti dell’inchiesta Domino, che lo scorso 3 giugno ha portato all’arresto di 29 persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.Si tratta di un documento in cui si raccontano i primi giorni delle indagini condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata – coordinati dalla Procura Antimafia – per l’omicidio di Antonio Fontana, il ras dell’Acqua della Madonna massacrato all’esterno di una pizzeria ad Agerola con 9 colpi pistola l’8 luglio 2017. In un passaggio viene spiegato che la pista seguita dagli investigatori è quella di un regolamento di conti e che: «i vertici del clan D’Alessandro abbiano deliberato l’omicidio del Fontana Antonio, demandando il compito agli affiliati liberi».A quel punto partono indagini a 360 gradi sulla cosca di Scanzano, vengono predisposti pedinamenti, intercettazioni e perquisizioni negli appartamenti di boss e ras del clan per scovare armi e qualsiasi altro elemento utile a comprendere se davvero ci sia la mano dei D’Alessandro dietro quel delitto.Uno degli spaccati più interessanti che emerge dall’informativa in gran parte farcita da omissis è proprio il timore di Carmine Barba di essere ucciso. Barba, soprannominato ‘o turrese – secondo gli investigatori – è un affiliato al clan D’Alessandro di lungo corso. Si è sempre occupato di droga e stando alle testimonianze dei pentiti anche di occultare le armi per conto della cosca. Un pregiudicato che negli anni avrebbe scalato le gerarchie arrivando a diventare anche un soldato che si occupava dei rapporti con tutte le piazze di spaccio di Castellammare, per conto del clan di Scanzano.I suoi timori spuntano fuori da un’intercettazione tra alcuni familiari di Barba, che discutono proprio delle paure del ras. I due infatti raccontano che ‘o turrese dice che «la gente “di mezzo alla via” lo vogliono uccidere, lo vogliono fare» e commentano «si è impressionato» o ancora «perché non si chiude dentro o se ne va?».Frasi che destano più di qualche sospetto agli investigatori: perché Barba temeva di essere ucciso? E soprattutto chi avrebbe potuto volere la sua morte? Domande alle quali per ora non ci sono risposte, anche se gli investigatori la collegano al clima di tensione che si respirava in città dopo l’omicidio di Antonio Fontana, il ras dell’Acqua della Madonna. Il rischio che quel delitto potesse scatenare una nuova faida era concreto.Sta di fatto che Barba così come si evince dai riscontri degli investigatori davvero trascorre un periodo chiuso in casa e proprio nel suo appartamento vanno in scena alcuni summit con altri affiliati del clan D’Alessandro. Che poi danno vita all’inchiesta sul traffico di sostanze stupefacenti gestito da Scanzano.