Business monnezza a Torre del Greco, il patto di ferro tra clan e politica

Ciro Formisano,  

Business monnezza a Torre del Greco, il patto di ferro tra clan e politica
Il pentito Isidoro Di Gioia

Torre del Greco. Un summit d’affari. Un politico, un imprenditore ritenuto vicino alla criminalità e un narcotrafficante dei Nuvoletta di Marano. Tutti seduti allo stesso tavolo per discutere di un affare milionario che fa gola alla camorra. Una «torta», come la chiama il pentito Isidoro Di Gioia, che avrebbe saziato tutti: boss, ditte, mediatori e mele marce della politica. «Io accompagnai Ciro Vaccaro e questo consigliere comunale di cui non ricordo il nome a Marano. Mio padre mi disse che si trattava di un affare legato a un inceneritore». E’ uno dei passaggi più inquietanti del racconto reso dal collaboratore di giustizia ieri mattina, in tribunale a Torre Annunziata. Parole che fanno luce su una vicenda tutt’ora avvolta da un sinistro alone mistero.

Tra le righe del processo a Ciro Vaccaro, l’uomo accusato di aver fatto da mediatore per conto della camorra di Torre del Greco nella raccolta del racket alle ditte di nettezza urbana, emergono i fortissimi interessi della criminalità campana sul settore dei rifiuti. Monnezza che puzza di camorra. Come il business legato alla costruzione degli inceneritori, un affare di cui si parla da anni e sul quale la criminalità organizzata, secondo Di Gioia, avrebbe puntato i riflettori già nel lontano 2008. «Credo che poi non si fece più nulla di quell’affare – racconta l’erede del padrino ucciso in un agguato, collegato in videoconferenza – Altrimenti una fetta di quella torta sarebbe arrivata a noi».  Camorra, soldi e rifiuti. Un ritornello che si ripete nella deposizione fiume dell’ex alleato di Giuseppe Falanga.

«Lo sanno tutti che a Torre sono stati assunti i parenti e la gente vicina ai camorristi nella Nu. Formicola e Falanga hanno ottenuto i posti di lavoro nelle ditte dei rifiuti e in alcuni casi hanno anche venduto i posti per 10 milioni di lire». Il pentito ha parlato anche del ruolo di Vaccaro e dei soldi che quest’ultimo avrebbe consegnato a suo padre come tassa sulle estorsioni riscosse ai danni delle ditte di raccolta della spazzatura. «Vaccaro era uno serio che ci faceva comodo, era una persona pulita. Grazie a lui non dovevamo esporci nella raccolta delle estorsioni».

Incalzato dalle domande della difesa dell’imputato – rappresentata dall’avvocato Antonio de Martino – il collaboratore ha però sottolineato di non avere mai partecipato fisicamente ai famosi incontri con Vaccaro. Ma che in realtà era suo padre – ucciso in un agguato di camorra nel 2009 – a tenere in mano i contatti con l’imprenditore a processo. «Era mio padre che si occupava di questo settore, io facevo la droga. Lo accompagnavo alle riunioni e restavo fuori». Sempre nel corso del contro-esame la difesa ha posto l’accento sul ruolo di altre due figure «border line». Impiegati del Comune che avrebbero negli anni aiutato la camorra a mettere le mani sui soldi degli appalti pubblici.

A fine mese le discussioni finali e poi la sentenza. Il primo capitolo di un processo che potrebbe rappresentare, però, solo il primo atto delle indagini sugli affari imbastiti dalla camorra attorno al business dei rifiuti.

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