Elena Pontoriero

Gragnano: racket al concessionario. Il ras ha il suo alibi

Elena Pontoriero,  

Gragnano: racket al concessionario. Il ras ha il suo alibi

Racket al concessionario, nuovo colpo di scena nel processo che vede imputati il ras Michele Di Martino e i due suoi presunti complici, Alessandro De Rosa e Francesco Cerchia. Stando alle accuse, la gang si fece consegnare la macchina da un autosalone di Gragnano per consegnarla al latitante Antonio Di Martino. La vettura fu riportata alla concessionaria nel giro di 24 ore.

Chi riconsegnò l’auto al concessionario? E’ qui che si “gioca” parte del processo. Secondo la difesa non fu Michele Di Martino. Il figlio del boss Leonardo Di Martino, alias ‘o lione, proprio quel giorno – stando alle tesi del difensore – si sarebbe trovato altrove, ovvero a San Gimignano. La tesi difensiva è chiara: raggiunse il carcere dove è detenuto il padre. Nel corso dell’ultima udienza, il legale che difende Di Martino, l’avvocato Antonio de Martino, ha acceso i riflettori proprio su questo particolare e ha chiesto al tribunale di accertarlo così da poter scagionare il figlio del boss Leonardo Di Martino. «Si tratta di una prova assolutamente indispensabile», precisa l’avvocato de Martino, a cui è affidata la difesa di Michele Di Martino, De Rosa (genero del boss di Iuvani) e Cerchia, commerciante stabiese.

L’estorsione e la caccia al latitante Il processo parte dalla denuncia del titolare di una concessionaria stabiese, presunta vittima di estorsione da parte proprio di Michele Di Martino (arrestato, per estorsione, nel giorno del suo matrimonio, il 15 gennaio scorso), De Rosa e Cerchia. Stando alle ipotesi degli 007, messo alle strette, il titolare della concessionaria decise di dare ai tre l’auto prescelta e del valore di 39mila euro. Il commerciante chiese anche di dialogare personalmente con il cliente, proprio Antonio Di Martino. Così, venne organizzata una “trasferta”: il concessionario, in sella al suo scooter, seguito da Michele Di Martino, De Rosa e Cerchia a bordo dell’auto “scelta” per l’estorsione, raggiunse la zona alta di Agerola.

Giunti sul posto, del latitante neppure l’ombra. L’imprenditore così tornò al salone, senza l’auto, sparita tra le montagne con i tre indagati a bordo. Poi, poco dopo, la macchina fu restituita. «E’ troppo costosa, non possiamo prenderla», venne detto al concessionario. Che intanto aveva deciso di denunciare quanto accaduto. Al centro del processo, la difesa ha depositato anche diversi messaggi intercorsi tra il concessionario e lo stesso Di Martino, ma in un periodo precedente alla fuga del latitante.

Scambi di notizie su auto da acquistare che proverebbero, secondo la difesa, un rapporto di cliente e fornitore radicato tra le parti e da diverso tempo. Inoltre, tra i retroscena del processo, era stato poi verbalizzata anche la conversazione fuori l’aula del tribunale, tra la vittima di racket e Vincenzo Di Martino, fratello dell’imputato e del latitante. Ultimo tassello aggiunto, adesso, dalla difesa è concentrato sulla consegna dell’auto, non restituita da Michele Di Martino, perché quello stesso giorno sarebbe andato in carcere per far visita al padre: il boss ‘o lione.