Lupara bianca del clan, svolta nel processo contro Giusepppe Gallo

Ciro Formisano,  

Lupara bianca del clan, svolta nel processo contro Giusepppe Gallo

La condanna a vent’anni di reclusione in Appello «va annullata». Per la difesa Giuseppe Gallo, il potente boss dello spaccio di Boscotrecase recluso al regime del 41-bis, non c’entra nulla con la vicenda legata al duplice omicidio dei due uomini del clan Amato-Pagano uccisi la sera del 26 luglio del 2007 a Napoli. Una tesi avvalorata, secondo i legali dell’imputato, da numerosi elementi. Gli stessi che – proprio durante il processo d’Appello – spinsero il procuratore generale a chiedere addirittura l’assoluzione dello stesso Gallo. Questioni che verranno poste ora all’attenzione della Corte di Cassazione che a settembre del prossimo anno dovrà esprimersi sulla spinosa vicenda. Ma facciamo un passo indietro. Gallo, già in carcere per reati legati al traffico di droga, viene raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per omicidio. Secondo l’Antimafia sarebbe coinvolto nel delitto costato la vita a Massimo Frascogna e Ruggiero Lazzaro, ritenuti due uomini degli Amato-Pagano, che per la Dda sarebbero stati uccisi nell’ambito di una epurazione interna agli scissionisti di Secondigliano. I loro corpi vennero fatti sparire nel nulla e poi – come raccontato da alcuni pentiti – anche sciolti nell’acido (vicenda, quest’ultima, nella quale non è assolutamente coinvolto Gallo, come poteva erroneamente trasparire da un precedente articolo apparso nei giorni scorsi sul nostro quotidiano, errore di cui ci scusiamo con i lettori e con i diretti interessati). Ma per la difesa non è assolutamente chiaro il ruolo che avrebbe rivestito il boss di Boscotrecase in questo delitto. Dei quattro pentiti che hanno raccontato i retroscena del massacro, solo uno parla direttamente di Gallo. Ed è il boss Lo Russo, capo della cosca di Miano. Gallo si sarebbe trovato nei pressi di una sala giochi in via Janfolla, a Napoli, il giorno dell’omicidio. Per la difesa il collaboratore afferma semplicemente che Gallo avrebbe dato una ipotetica disponibilità ai Lo Rusppo per seppellire i cadaveri delle due vittime. Ma non è chiaro se poi lo stesso Gallo abbia realmente collaborato con killer e mandanti per far sparire i cadaveri. Anzi, secondo i legali, non ci sono assolutamente riscontri in grado di confermare questa tesi portata avanti, nel corso del dibattimento, dai magistrati dell’accusa. Che il castello accusatorio eretto nei confronti di Gallo non fosse solido lo ha sottolineato, nel corso del processo d’Appello, anche il Procuratore Generale. Il pg, infatti, nelle sue conclusioni aveva addirittura chiesto l’assoluzione del boss dello spaccio non ritenendo raggiunta, evidentemente, la prova certa del suo coinvolgimento nel delitto costato la vita alle due vittime. Ma nonostante ciò i giudici hanno comunque deciso di confermare la sentenza e condannare Gallo a 20 anni di reclusione. La difesa del boss, però, annuncia battaglia. E in Cassazione chiederà di nuovo l’assoluzione con formula piena dell’imputato.