Torre Annunziata, una talpa della camorra nelle forze dell’ordine: svelava le indagini ai boss

Ciro Formisano e Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, una talpa della camorra nelle forze dell’ordine: svelava le indagini ai boss
Armi e soldi sequestrati

Sapevano di essere intercettati. Sapevano delle microspie, delle denunce delle vittime. Sapevano persino chi si stava occupando di ascoltare le loro telefonate e da quanto tempo era aperto il fascicolo dell’Antimafia. Sapevano tutto i nuovi boss di Torre Annunziata, i rampolli spietati che volevano mettere le mani sulla città.   Gomorra si materializza nelle pagine dell’inchiesta che venerdì mattina ha portato all’arresto di dodici persone. Le parole contenute nell’ordinanza firmata dal gip del tribunale di Napoli fanno venire i brividi, squarciando i veli su un mondo marcio che potrebbe gettare ombre inquietanti su alcuni pezzi dello Stato. Lo stesso Stato che a fatica sta cercando di distruggere il muro di omertà e silenzio che per anni ha protetto i signori del pizzo. Nelle carte dell’inchiesta che ha svelato l’esistenza del “Quarto Sistema”, il nuovo sodalizio composto da figli e nipoti di camorristi morti ammazzati pronti a tutto pur di «togliere il pane da bocca» ai Gionta, c’è un passaggio inquietante racchiuso in una intercettazione di appena 4 mesi fa. E’ il 22 maggio quando Domenico Balzano, alias suariello, ritenuto tra i promotori del nuovo clan, parla con un altro indagato, Vincenzo Anzalone, considerato organico all’organizzazione. «Stiamo inguaiati» afferma Balzano. «Ieri me lo ha detto quello la…disse che sto rovinato. Ha detto stai attento alle microspie». Secondo l’Antimafia “quello” è una talpa, un soggetto non identificato che avrebbe fornito informazioni riservate sulle indagini ai nuovi boss di Torre Annunziata. Informazioni precise e reali sui vari step dell’inchiesta che stava per decapitare la nuova cosca specializzata nelle estorsioni ai commercianti. Una persona alla quale – addirittura – il gruppo avrebbe pensato di fornire un mensile fisso di 900 euro in cambio di altre notizie. Un retroscena ritenuto «allarmante» dal giudice per le indagini preliminari che ha firmato l’ordinanza su richiesta del pubblico ministero della Dda, Ivana Fulco. «Gli indagati – scrive il giudice nelle motivazioni poste alla base del provvedimento – sono venuti a conoscenza di dettagli estremamente riservati delle indagini, in particolare delle attività di intercettazione in corso, tanto che si sono disfatti dei telefoni». Una vicenda che «lascia intendere un forte radicamento sul territorio» da parte del nuovo clan. Una cosca con «possibili entrature in ambiti diversi da quelli squisitamente criminali». E non è tutto. Nelle intercettazioni gli indagati, infatti, citano i nomi di alcuni investigatori che stavano realmente partecipando alle indagini apostrofandoli come «infami». Una tesi sconvolgente anche alla luce del fatto che al blitz di venerdì mattina sono sfuggiti 3 indagati, tutt’ora irreperibili. Su questo tema, probabilmente, l’Antimafia sta indagando per dare un volto e un nome alla “fonte” che avrebbe fornito ai boss informazioni dettagliate e precise sull’esito dell’inchiesta.

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