Castellammare, finiscono in cella 6 pusher dei Vitale

Redazione,  

Castellammare, finiscono in cella 6 pusher dei Vitale

Si aprono le porte del carcere per gli indagati finiti al centro dell’inchiesta anti-spaccio condotta dall’Antimafia su Castellammare di Stabia. Nella serata di martedì la Corte di Cassazione ha posto fine al lungo braccio di ferro tra accusa e difesa, confermando la misura cautelare degli arresti in carcere per 6 sospettati. Tra questi ci sono anche personaggi di primo piano: come i Vitale, meglio noti come i “mariuoli”, dinastia di spacciatori con base nel centro Antico e ritenuta legata al più potente clan D’Alessandro. In particolare Maurizio e Luigi Vitale (già in carcere per altre vicende). Gli indagati a piede libero per i quali i giudici hanno disposto l’arresto sono Maurizio Vitale, Vincenzo Guarino, Luigi Russo e Raffaele Di Leva. Sono tutti stati arrestati ieri, dai carabinieri, in esecuzione della sentenza emessa, qualche ora prima, dai giudici ermellini.  Ma facciamo un passo indietro. Agli inizi del 2019 la Dda di Napoli chiude un’indagine per spaccio chiedendo l’arresto per otto dei tredici indagati finiti sotto accusa. Il gip, però, decide di non firmare l’ordinanza. Ne nasce un lungo braccio di ferro, prima davanti al tribunale del Riesame e poi in Cassazione, tra ricorsi, decisioni annullate e nuovi giudizi. Un valzer che si è concluso nelle scorse ore. Per la Suprema Corte, infatti, le motivazioni poste alla base della richiesta di misure cautelari sono solide e per i sei protagonisti del ricorso vanno arrestati. Al centro dell’indagine ci sono i retroscena del “sistema” droga a Castellammare di Stabia. Diversi collaboratori di giustizia un tempo vicini alle cosche cittadine hanno ribadito che è la camorra a gestire, indirettamente, l’attività di vendita degli stupefacenti in città. Al punto da imporre tangenti fisse alle famiglie che – come i Vitale – sono accusate di amministrare le piazze di spaccio con il permesso dei D’Alessandro. Elementi confermati dalle indagini sul campo eseguite dai carabinieri della caserma di Castellammare di Stabia. Tasselli di un mosaico che ha spinto l’Antimafia a teorizzare l’assoluto dominio del clan D’Alessandro su tutti gli affari illeciti in città. Un dominio gestito anche attraverso legami e rapporti d’affari con altre famiglie. Una sorta di cooperativa della criminalità organizzata.  Nei prossimi mesi, anche alla luce di questa decisione, potrebbe essere fissato l’inizio del processo di primo grado per gli imputati accusati, a vario titolo e con vari ruoli, di far parte di un’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il collegio difensivo (composto dagli avvocati Francesco Romano, Antonio de Martino e Gennaro Somma) però già annuncia battaglia in vista dell’avvio del processo. Per gli avvocati, dalle intercettazioni poste al centro dell’indagine non sarebbe emersa l’esistenza dell’associazione per delinquere. La pensa diversamente l’Antimafia che proprio attorno a questo teorema ha costruito la sua tesi chiedendo e ottenendo l’arresto degli indagati. Un tema attorno al quale, comunque, ruoterà il dibattimento e lo scontro in aula tra accusa e difesa.

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