Covid, preoccupa la curva epidemica: il rapporto positivi-tamponi sale a 5,4%

Redazione,  

Covid, preoccupa la curva epidemica: il rapporto positivi-tamponi sale a 5,4%

Boom di contagi Covid in Campania: 1.127 nuovi casi (13.700 tamponi), 9 decessi registrati
Covid, in Italia contagi oltre quota 8.800. Raddoppiano morti: 83. Mai così tanti tamponi, 163.000

Roma. La curva epidemica continua a salire, come indica il rapido aumento dei casi nelle ultime settimane, e che oggi ha raggiunto il culmine, con 8.804. Torna a salire anche il rapporto fra casi positivi e tamponi eseguiti (quasi 163.000), che raggiunge il 5,4%. “Il valore più alto registrato in questa seconda ondata”, rileva il fisico Giorgio Sestili, fondatore e fra i curatori della pagina Facebook “Coronovirus: Dati e analisi scientifiche”.

Questo “significa che l’aumento dei tamponi non giustifica più l’aumento dei contagi, e che il contact tracing non sta funzionando”. L’altro dato che colpisce è quello che indica che nell’arco di 24 ore i ricoveri nelle strutture di terapia intensiva e i decessi sono quasi raddoppiati, passando rispettivamente da 25 a 47 e da 43 a 83. Soprattutto, si riduce il tempo di raddoppio dei casi, ormai arrivato a sei giorni. “Vale a dire – rileva l’esperto – che fra sei giorni saremo a circa 20.000 casi”. A prima vista i numeri suggeriscono delle analogie con la situazione del marzo scorso, ma le cose ora sono molto diverse. “Adesso sappiamo, per esempio, che in marzo i numeri erano enormemente sottostimati – osserva Sestili -. Allora l’epidemia già dilagava da almeno due mesi in Italia. Di fatto, ci siamo resi conto del problema quando è emersa la punta dell’iceberg, che in pochissimo tempo ha fatto riempire le unità di terapia intensiva”. “Se allora c’erano tanti ricoveri – aggiunge -, non significa che il virus era più pericoloso, ma semplicemente che circolava indisturbato da tempo”.

Grazie all’indagine sierologica condotta da ministero della Salute e Istat, dice ancora il fisico, “oggi sappiamo che fra marzo e giugno in Italia si sono contagiate circa un milione e mezzo di persone, a fronte di circa 230.000 individuate in quel periodo con i tamponi. Significa che tutti i numeri dei contagi di marzo-aprile erano sottostimati almeno di un fattore 5”. Per esempio, nella giornata con più casi in assoluto, il 21 marzo, i 6.557 casi registrati che hanno segnato il picco della prima ondata sono stati individuati con 26.000 tamponi, vale a dire che il rapporto fra casi positivi e tamponi era del 25%. “Questo significa che in quella giornata i casi reali erano fra 30.000 e 40.000. Se avessimo fatto 150.000 tamponi, come stiamo facendo ora, li avremmo visti”.

Per tutte queste ragioni, “i numeri del marzo scorso e quelli attuali non sono paragonabili”, dice Sestili. “Oggi il virus non è affatto meno pericoloso, ma nella prima ondata i contagiati erano nell’ordine di un milione, e la pressione sugli ospedali era decisamente maggiore”. Inoltre, oggi la malattia si conosce un po’ di più, e si è imparato a gestire i malati. Ma soprattutto, “facendo tanti tamponi, siamo in grado di avere una visione più realistica dei contagi”.

Il problema, secondo Sestili, è ora il tasso di crescita dell’epidemia, il cui tempo di raddoppio è ormai di sei giorni. “Dobbiamo chiederci fino a che punto possiamo permetterci questo aumento dei casi. Stiamo vedendo quanto accade in Francia, Spagna e Gran Bretagna, e l’Italia sta seguendo un andamento analogo. E’ solo una questione di tempo”. Si dovrebbe quindi utilizzare questo intervallo per adottare misure analoghe a quelle che stanno adottando i paesi con più casi di noi. “Fare le stesse mosse con la metà dei contagi potrebbe essere un vantaggio – conclude Sestili -. Se invece aspettiamo di avere 20.000 contagi, non avremo tempo per intervenire in modo efficace”.

CRONACA