Castellammare. Processo Olimpo, i giudici: «Imprese ostaggio della camorra»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Processo Olimpo, i giudici: «Imprese ostaggio della camorra»

Usando la propria «forza di intimidazione» boss ed esattori del racket avrebbero condizionato «l’esercizio delle attività imprenditoriali» e quindi «l’economia del territorio» che va da Castellammare a Pompei, passando per Gragnano, Agerola e Pimonte. E’ uno dei passaggi chiave delle motivazioni del processo nato dall’inchiesta “Olimpo”, la mega indagine dell’Antimafia che ha svelato l’esistenza di un patto tra i clan D’Alessandro, Cesarano, Di Martino e Afeltra per spartirsi il business delle estorsioni nei territori di competenza. A luglio scorso il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Napoli ha inflitto condanne per oltre mezzo secolo di carcere complessivo ai nove imputati coinvolti nel filone processuale che si celebra con rito abbreviato. Nei giorni scorsi, a tre mesi dal verdetto di primo grado, sono state rese note le ragioni di quella sentenza.In tutto 317 pagine per ribadire come sia stata accertata, «oltre ogni ragionevole dubbio», la «responsabilità penale degli imputati». Per il giudice il quadro «probatorio» emerso dalle indagini condotte dalla polizia e coordinate dal sostituto procuratore dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta è «chiaro e completo». L’attività criminale portata avanti dagli imputati non solo avrebbe colpito gli imprenditori vittime del racket – al centro dell’indagine ci sono diversi episodi estorsivi – ma anche l’immagine della città di Castellammare di Stabia, unico Comune ad essersi costituito parte civile nel procedimento. Secondo il giudice le prove raccolte sono «sufficienti a ritenere che si sia verificato il lamentato danno d’immagine dell’ente territoriale, con prevedibili ed apprezzabili risvolti in termini economici, ad esempio sotto il profilo delle attività produttive così come del turismo».Nelle motivazioni vengono poi ripercorsi i veri episodi finiti al centro dell’indagine, le intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre ai racconti dei collaboratori di giustizia Renato Cavaliere e Salvatore Belviso: i due pentiti di punta del clan D’Alessandro dalle cui dichiarazioni è nata l’inchiesta. Spazio viene dedicato, nel documento, anche alla posizione dell’imprenditore Adolfo Greco, ritenuto vittima in questo procedimento – la sua domanda risarcitoria nei confronti di Teresa Martone, Nicola Esposito, Aniello Falanga e Giovanni Cesarano è stata accolta dal giudice – ma imputato nel procedimento con rito ordinario che si celebra al tribunale di Torre Annunziata. Dalle vicende di Greco – ritenuto figura centrale dell’indagine – è poi partita l’inchiesta che ha consentito agli inquirenti di svelare diversi episodi estorsivi. Domani mattina, nelle aule del palazzo di giustizia di Corso Umberto l’imprenditore – oggi ai domiciliari – parlerà. Dirà la sua verità rispondendo alle domande di avvocati, pm e giudici. Un appuntamento importante che potrebbe rappresentare lo snodo cruciale di un procedimento capace di far luce sulle dinamiche criminali e sui rapporti tra la camorra e quelli che gli inquirenti definiscono i “colletti bianchi”.