Lo chef stellato di Sorrento: «Noi, ristoratori visti come untori. Il governo mortifica i nostri sforzi»

Salvatore Dare,  

Lo chef stellato di Sorrento: «Noi, ristoratori visti come untori. Il governo mortifica i nostri sforzi»

«Mi fermo per un po’ per tornare più carico. Niente porterà via il mio sorriso». L’annuncio arriva a sorpresa con una frase ad effetto riversata in un post su Facebook. E’ un messaggio che tocca l’animo di clienti e amici. Perché tutti sanno che Giuseppe Aversa non è solo uno chef stellato, un imprenditore ambizioso, un missionario del gusto. E’ di più. E’ una persona generosa, buona, che non molla mai.Già nel lockdown della scorsa primavera ha dato prova di cuore organizzando il banco alimentare che per almeno un paio di mesi ha distribuito gratuitamente pacchi alle famiglie bisognose di Sorrento. Ora però il momento è reso ancora più difficile dagli effetti della seconda ondata e il nuovo dpcm firmato dal premier Giuseppe Conte sta praticamente costringendo i ristoratori a dover fare una scelta: calare la serranda o restare aperti? «A malincuore ho preferito non andare avanti» sussurra Aversa con un filo di voce. Da ieri, il suo locale, “Il Buco”, è off limits. «Spero di poter tornare ad accogliere amici e clienti nel più breve tempo possibile» spiega lo chef.

«Le misure introdotte dal governo, per quanto riguarda gli orari di chiusura, rappresentano una mazzata assurda – continua Aversa – Siamo dinanzi a una mortificazione, prima professionale e poi economica. Ci hanno tolto la sera, che rappresenta la fetta più ampia di lavoro per i locali. A questo punto, sotto il punto di vista imprenditoriale, era necessario prendere atto di queste circostanze e decidere il da farsi. Con grandissimo dispiacere, ho optato per lo stop, preciso solo momentaneo».

L’amarezza è forte: «Noi imprenditori della ristorazione abbiamo fatto grandi sacrifici per adeguarci a tutte le regole che sono state fissate per scongiurare il rischio di contagi da Covid 19. Il decreto di Conte ci ha punito, l’ha fatto con una forma violenta visto che non si tiene in debita considerazione la mole di sacrificio fatta dopo il lockdown. Personalmente, per la mia struttura, ho speso migliaia di euro per i misuratori di temperatura e nuove attrezzature. Senza considerare il fatto che proponendo il distanziamento di tavoli, assolutamente doveroso, ci siamo visti diminuire la capacità. La considerazione che sto facendo anche con alcuni colleghi è che il governo ci reputa praticamente posti di contagio: siamo visti come degli untori. Siamo feriti, anche nella nostra professionalità: abbiamo fatto tutti gli sforzi richiesti anche dalla Regione Campania e ora il governo ha deciso che il contagio viene alimentato nei nostri locali. Non è affatto così. Siamo una filiera da difendere e tutelare, non da chiudere e sanzionare».

Non finisce qui: «E’ un errore pensare che la ristorazione sia esclusivamente legata all’alimentazione. Una cena è un’esperienza, un modo sublime di trascorrere una serata. Questo contesto ahimè non c’è più. Chiudere è un atto necessario in un momento di confusione. Io voglio operare con maggiore serenità, ma tornerò. Conte ha applicato un lockdown sul tempo libero». Lo chef evidenzia soprattutto che «il governo non ha capito che costringendo alla chiusura i locali e i ristoranti colpisce inevitabilmente un indotto ben più ampio. Nessuno capisce che la ristorazione è la tappa terminale di un percorso che parte da lontano. Senza ristoranti, perdono clienti la pescheria, il fruttivendolo, chi vende detersivo. Tutti coloro che giravano attorno alla ristorazione andranno in crisi. A ciò aggiungiamoci il capitolo dei dipendenti. Lo scorso giugno ho fatto uno sforzo assurdo per premiare la squadra. Ho riconfermato tutti i miei dipendenti assumendoli immediatamente. Adesso stavamo continuando con questo spirito, con incredibile volontà e unità. Volevo dare fiducia al mio team. Poi è giunta quest’ennesima tegola. Ora i ragazzi vanno avanti con cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Un disastro».

Lo chef è deluso: «Siamo stati spazzati via, come categoria, a dispetto della realtà che dice che la ristorazione rappresenta un vanto per l’intero Paese. Vivere emozioni e vivere di ospitalità sono necessità sentimentali, di vita, di comunità. Non è solo una questione legata al mangiare». E gli aiuti promessi dal governo? «Vedremo – conclude Aversa – Fatto sta che covo numerose perplessità sul processo decisionale che ha portato l’esecutivo Conte a imprimere questo giro di vite che rappresenta un lockdown mascherato. Chi fa ristorazione con lo spirito giusto ha a cuore la salute dei propri dipendenti e dei clienti».

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