Lo Stato risarcisce i boss ma dimentica le vittime innocenti

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Lo Stato risarcisce i boss ma dimentica le vittime innocenti

Centinaia di mafiosi, alcuni dei quali colpevoli di reati gravissimi, hanno ottenuto, in questi anni, risarcimenti per milioni di euro a causa delle condizioni disumane dei penitenziari italiani. Risarcimenti giusti, per carità. Ma a fare da contraltare a questi dati c’è il fatto che mentre lo Stato paga fior di quattrini a camorristi, mafiosi e ‘ndranghetisti per le proprie mancanze, dimentica e in alcuni casi abbandona le vittime. Gli innocenti che hanno trovato sulla loro strada i sicari armati dalle organizzazioni criminali. In Italia sono oltre mille, in Campania 395. In buona parte dei casi i familiari sono ancora in attesa della definizione dell’iter per il riconoscimento formale di vittima innocente, a dispetto persino di condanne penali definitive per gli assassini. Spesso l’iter dura anni, tra decisioni controverse del Ministero e sentenze impugnate per lontane parentele con presunti affiliati. Come è successo a Salvatore Barbaro, il ragazzo di Ercolano ucciso per errore dalla camorra nel 2009. I parenti di Salvatore hanno avuto accesso al risarcimento soltanto dopo 11 anni. «Serve un chiarimento sull’interpretazione della norma – le parole di Giovanni Zara, avvocato della famiglia Barbaro che difende 20 vittime della criminalità organizzata – A volte vengono rigettate le richieste che andrebbero accolte, innescando una lunghissima serie di ricorsi che danneggiano ulteriormente le famiglie delle vittime. Sono stato ascoltato anche dalla commissione parlamentare Antimafia in questi mesi ma nulla è stato fatto per questa vicenda». Una vicenda nella quale si sovrappongono due necessità: quella di fare giustizia per chi ha subito un danno gravissimo, le vittime, e quella di evitare che persone che non hanno diritto al beneficio accedano ai fondi. Secondo l’avvocato Felice Centineo – legale in passato della famiglia di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985 – serve più «omogeneità» nei giudizi. «Ci sono delle storture che vanno evidentemente eliminate – le parole dell’avvocato che assiste 150 vittime della criminalità organizzata – La norma applicata oggi non coglie nel segno. Come rappresentante della fondazione “Scopellitti” abbiamo anche aperto un costruttivo dialogo con il Governo per risolvere questa vicenda. Ne va dei diritti di chi merita di avere accesso a quegli indennizzi». L’altra faccia di questa storia è però rappresentata dagli indennizzi ai detenuti. Ogni anno vengono riconosciuti risarcimenti a circa mille “carcerati”. Ogni anno si parla di decine di milioni di euro di soldi pubblici sborsati per ripagare ingiuste detenzioni, trattamenti “disumani” in carcere e sovraffollamento. Risarcimenti sacrosanti per un sistema penitenziario che non regge. Ma intanto, mentre lo Stato paga i boss, le vittime stanno a guardare. (c)riproduzione riservata

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